30/08/07

Documenta 12: modernità o parodia della modernità?


[…] l’unica Idea-Mito dell’Occidente moderno: la Critica. […]
Octavio Paz

La forza di un evento risiede nella capacità di leggere il presente e di fornire una critica e una possibile soluzione al problema sollevato. Documenta 12 si confronta con un tema complesso e ambiguo: la modernità. Concetto chiave della cultura dell’Occidente, rappresenta ancora il termine attorno al quale ruotano le investigazioni dei filosofi, attraverso le nozioni di premodernità (la cultura pre-rivoluzionaria) e di postmodernità (la cultura dell’epoca contemporanea) e i tentativi di capire un presente schizofrenico e frammentato. Documenta viene introdotta da Roger M. Buergel nel dicembre del 2005 sotto il vessillo di tre interrogativi: Is modernity our antiquity? What is bare life? What is to be done? Domande impegnative, sia formalmente – fornisce l’impressione di un work in progress atipico – sia contenutisticamente: porre la questione della modernità nel momento in cui la società si è ufficialmente proclamata postmoderna – disgregata ed edonista, differenzialista e segmentata – significa che ancora è diffusa la sensazione, o meglio il sogno, che la forza delle idee sia capace di cambiare lo stato delle cose. O che almeno sia l’arte a testimoniare questa forza latente.
Allora è significativo, programmatico direi, se nella sede principale il visitatore viene accolto da un piccolo quadro – anzi, dalla riproduzione fotografica di un piccolo quadro – di Paul Klee, Angelus Novus. Nel 1921 esso viene acquistato da Walter Benjamin, il quale vi costruisce sopra uno dei testi critici centrali delle sue tesi di filosofia della storia : una visione apocalittica ma lucida nella sua sintesi. Il grande racconto del progresso, dell’evoluzione attraverso la tecnologia ha portato per contrappasso alla rovina dell’uomo, caduto, dopo la Grande Guerra, in un inferno dal quale forse ancora non si è risvegliato. E l’Angelo è la coscienza della Storia e le sue ali sono sospinte dal vento della Storia, ma i suoi occhi sono sbarrati sulla terra guasta che l’uomo si è creato. La modernità e gli uomini che ne hanno portato avanti le utopie non sono stati capaci di trasmettere in pratica i propri ideali dettati dalla Ragione oppure non sono stati in grado di prevedere le conseguenza della messa in atto. Si tratta di una sentenza dolorosa e angosciosa che può servire oggi per riprendere un discorso e rimeditarlo, rielaborarlo senza cadere nella revisione citazionistica ormai “tradizione” dell’epoca postmoderna. Partire da uno dei maestri della modernità e allo stesso tempo della messa in crisi della stessa – perché tale è la natura ambivalente di modernità – suggerisce di ricominciare da quel cardine e paradigma, “Idea-Mito dell’Occidente moderno” che è la Critica. Un’idea forte e poderosa, dunque, una presa di posizione evidente all’interno di un Occidente stanco e incapace di proporre strumenti efficaci alla facoltà di critica. L’arte può diventare uno di quegli strumenti.
L’Angelus Novus diventa il simbolo di Documenta, ma un simbolo inadeguato alla mostra.
L’intento è forse di mostrare un’arte anti Biennale di Venezia. La Biennale rimane la rassegna di arte contemporanea più importante al mondo per storia e prestigio (nonostante qualche entusiasta del libero scambio le opponga ArtBasel). Certamente è espressione dell’establishment: sono invitati gli artisti più visibili della scena internazionale – con tutti gli interessi che ne conseguono. Nell’estate torrida dell’arte contemporanea l’occasione è ghiotta per un’affermazione di identità: da una parte una Documenta work in progress sulla modernità, dall’altra la Biennale established della postmodernità.
Attraverso il percorso espositivo di Documenta emerge che il recupero della modernità passa dal recupero di quegli artisti nel cui solco operano oggi, vedi critica alla politica colonialistica e imperialistica dell’Occidente avanzato, critica al mercato delle merci e in particolare delle opere d’arte – cioè di un’arte che esce da un sistema spettacolarizzato e dunque postmoderno. Ma il risultato è deludente, perché la maggior parte delle opere sono deboli a fronte di un’intenzionalità critica e curatoriale così impegnativa. Il multiculturalismo proposto nelle varie sedi sembra una replica del già esperito. Il clima politicamente corretto offre lavori più interessanti per una sociologia delle arti piuttosto che per un godimento nel singolo e nel complesso. Una Documenta fricchettona in cui il motto diffuso è: vogliamoci bene. Possono ancora quelle istanze che hanno qualificato la cultura occidentale nel corso del secolo trascorso avere valore oggi, in piena epoca postmoderna e, se vogliamo, di crisi dell’epoca postmoderna? Come osservato su altre pagine, il clima che si respira a Documenta è di restituzione comunicativa di opere e artisti borderline, cioè fuori dallo star system attuale. Ma la domanda che nasce ingenuamente è se questi artisti siano out per una loro incongruenza (esistenziale e artistica) con il sistema, oppure se la loro condizione non sia dettata dalla minor qualità estetica – formale e concettuale – del loro lavoro.
Un’altra considerazione importante è da fare: il problema della ricezione da parte di un pubblico occidentale di opere provenienti dai paesi non occidentali. È chiaro che il nostro portato culturale, specialmente quello estetico, ci pone in una situazione di stallo del giudizio, specialmente per quei lavori che, per linguaggi e contenuti, appartengono per noi a esperienze passate. Ma è altrettanto vero che gli stessi lavori contestualizzati nel loro territorio di origine assumono una forza di denuncia a largo spettro che nel fruitore occidentale non avviene – o in misura minore. Si avverte un vero e proprio gap di comprensione tra le diverse culture che in Documenta acquista la forma dell’odiato politically correct e la sensazione di trovarsi ancora in una dimensione citazionista postmoderna.
La modernità storica è un fatto essenzialmente occidentale: Documenta vuole mostrare le modernità altre? Può essere, anche se si respira un venticello parodistico. Ripensare la modernità è un’attitudine critica necessaria nel mondo contemporaneo, appiattito sul postmoderno più alienante. Ripensare la modernità non significa rispolverare indumenti a lungo riposti nell’armadio – è un’attitudine del tutto postmoderna – bensì ripartire da quella facoltà di critica del presente per arrivare all’essenza, o a una possibilità di essenza.
A ben pensare, alla fine è utile trovare un’artista che possa essere paradigma di questa Documenta un po’ nostalgica, attraverso suoi due lavori, in due sedi diverse: Martha Rosler, con due opere degli anni Settanta. Il primo – The Bowery in two inadeguate descriptive systems, 1974-75 – di natura squisitamente concettuale, il cui linguaggio sintetizza a pieno l’esperienza più radicale della modernità e del superamento di qualsiasi forma tradizionale (aspetto che tra l’altro viene criticato dall’interno). Il secondo – Flower Fields (Color Field Painting), 1975 – un video che mostra la componente raffinatamente citazionistica, e a posteriori postmoderna, della messa in crisi ironica del movimento modernista per eccellenza. Oppure il bulgaro Nedko Solakov, che ci insegna che non esiste critica senza avere paura.
Se la modernità è un progetto incompiuto, il ripensamento della stessa deve ancora progettarsi. Viviamo ancora in una terra desolata che richiede la nostra facoltà di Critica.

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