11/07/09

[pensare]

Perché ricordare il passato? Cosa fa della memoria un tasto fondamentale del nostro essere vivi e, soprattutto, presenti? Ricordare non significa elencare una trafila di dati e concetti che possano essere fruibili in società; ricordare significa tornare a ogni nostra singola madeleine e trarne dei significati. Mi chiedo: come è possibile trarre dei significati da ciò che ci è intorno se prima non è possibile farlo da ciò che ci appartiene veramente, dal nostro essere o, propriamente, dal nostro divenire? Io credo che la fragilità risieda nell'incapacità di fare i conti con i propri limiti. Condizione umanissima. Ma non umanistica, infine. Ricordare significa dare un valore; il ricordare mio significa dare un valore il più universale possibile, come tendente all'infinito, nell'aspirazione di un pover'uomo di lettere. La memoria non è un edificio dove la burocrazia muove le sue efficienti zampe; memoria è eleaborazione del passato, del mio passato, del passato di chi mi incontra e del passato che sfiora la mia linea come una tangente inespressiva. La memoria è costruzione - non ricostruzione, è banale - di un Io, che voglia esistere come un di più, senza saperlo e senza volerlo, pur presupponendo. Perché chi traccia tali pensieri è un ipocrita, colui che, dando un segno, si nasconde nella propria mediocrità.

30/01/09

[pensare]

La provincialità nell'arte non paga. Almeno non fa bella figura. Come ogni campo dell'esistenza umana oggi, ognuno si sente in grado di esprimere un'opinione. E ciò è sbagliato, formalmente e sostanzialmente. Primo, perché "ognuno" non è in grado di scrivere; secondo perché "ognuno" non è in grado di esprimere un senso compiuto. Perché non è possibile, come una volta, lasciare a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio?