31/10/07

Michel Foucault

"Nella critica il punto non sta nel dire che le cose non vanno come devono andare. Nella critica si tratta di svelare le tacite e consuetudinarie premesse accettate in modo acritico; i modi di pensare inavvertiti sui quali si basano le pratiche da noi accettate.
Il criticismo consiste nel portare tali pensieri alla luce del sole e cercare di cambiarli; nel mostrare che le cose non sono evidenti come si crede e nel far sì che non venga preso per evidente ciò che viene accettato come evidente. Praticare il criticismo equivale a rendere difficili i gesti facili"
Michel Foucault, Politics, Philosphy, Culture: Interviews and other writings, 1988, pp. 154-55

27/10/07

[pensare]

Lasciare gli occhi percorrere binari paralleli nella notte. A che pro? Non lo so, non conosco la direzione, non conosco il conducente, ma non lo conosce nessuno, questo demiurgo. Solo il ricordo che emerge tra le pieghe della birra risveglia la mente dal mal di testa che l'attanaglia. Cazzo che mal di testa: credo che sia il freddo maledetto di fine ottobre. La prossima volta che esco me ne frego dei consigli di mamma oltralpe e mi porto la berretta.
Respiro il sudore delle macchine e delle persone. Tutto mi circonda in un circo linguistico. Nessuna direzione in una babele contemporanea. Oppure una direzione impazzita sotto la regia di nessuno. Il risultato è identitco e quasi patetico.
I giovani accorrono al loro appuntamento metallico, anche se il tempo non sembra importante. Il ristoro è lontano, la quiete ospedaliera dista ancora mezz'ora, nella migliore delle ipotesi. Non credo che mi sveglierò facilmente domani, ma comunque è una cosa che non mi riesce mai. Vorrei solo chiudere gli occhi su una notte pallida, come una storia sbiadita d'agosto. Come un cappotto liso che nessuno ha portato. Come una fascia su cui nessuno ha sudato. Svegliatemi domani - anzi oggi - perché il tempo non è finito in questo quiz quotidiano.

25/10/07

[pensare]

L'unica cosa che ci distingue dagli animali è la coscienza della debolezza, che in fondo non è altro che il sentimento vago della finitudine e del limite.
Diciamo che la coscienza della debolezza è l'anticamera della coscienza della morte, che è il limite ultimo.

[pensare]

C'è assenza e assenza.
C'è un'assenza che sospende il giudizio e c'è un'assenza che lascia la traccia di una possibile definizione e di un punto di vista determinato.
La seconda risulta di gran lunga preferibile, e moderna.

22/10/07

[pensare]

L'occhio diventa cieco, inconsapevole al mondo, come una perla bianca. Ma questa perla che vela la vista delle strade, delle persone, degli edifici, dei lampioni, delle insegne, dei libri mi parla di una finta cecità, di un vedere che allo stesso tempo è un non-vedere. Se levassi gli occhiali vedrei le stesse cose, allo stesso modo. È questa ambiguità che mi impedisce di procedere a tentoni, perché realmente cieco non sono. E allora procedo tra forme diafane, non riuscendo mai a cogliere il senso della realtà. Come se le mie mani non possedessero il tatto, il naso l'olfatto, le orecchia l'udito. È la vista, lei, la protagonista; e quando si spalanca, sull'oggetto perfetto di un uomo, la gioia del vedere diventa la gioia del guardare. Ammutolita, la bocca non emette che un sibilo per esprimere in un solo suono l'Attimo effimero dello stupore. Che organo incredibile l'occhio! Tanto è arduo da amministrare.

18/10/07

[pensare]

Il meticcio è complicato. Ha qualcosa che non va, per gli altri e per se stesso. Il meticcio soffre allo stesso tempo di complesso di inferiorità e di complesso di superiorità; è la contraddizione riassunta in uno stupido corpo. Perchè la cultura che vive è doppia e doppia la sua natura: allora l'identità è un giocattolo che nessun padre ti regala. È una spesa che nessun denaro può saldare. È una dipendenza che nessun vizio può sedare. Annaspare sì, come il marinaio aggrappato al legno dell'amor proprio. Ma il porto è vicino? Sento i crampi allo stomaco, forse devo cagare, forse è il freddo, forse è salire su una metro le cui spire non conosco, forse è la birra mischiata al vino. Forse è il male che la penna causa alla mano. Probabilmente è sentirsi straniero in terra e al sicuro in mare.

PS: non mi sento né italiano né svizzero, pur essendolo entrambi.

13/10/07

Il vino

Gioie profonde del vino, chi non vi ha conosciute? Chiunque abbia un rimorso da assopire, un ricordo da evocare, un dolore da annegare, un castello in aria da costruire: tutti infine ti hanno invocato, dio misterioso nascosto nelle fibre della vite. [...] Il vino è simile all'uomo: non si saprà mai fino a che punto si possa stimarlo o disprezzarlo, amarlo e odiarlo, né di quante azioni sublimi o mostruosi misfatti sia capace. [...] Se il vino sparisse dalla produzione umana, credo che si aprirebbe, nella salute e nell'intelletto del pianeta, un vuoto, un'assenza, una mancanza molto più spaventosa di tutti gli eccessi e le deviazioni di cui si rende responsabile il vino. [...] Un uomo che beve solo acqua ha un segreto da nascondere ai suoi simili. [...] Il vino e l'uomo mi fanno l'effetto di due lottatori amici che combattono senza posa e senza posa si riconciliano. Il vinto abbraccia sempre il vincitore.
C. Baudelaire, Saggi sui paradisi artificiali

11/10/07

Joseph Beuys - Beuys Don't Cry


[...] art is not just there to be understood, art is also not just there as knowledge [...] Art has to come over people like a cloud and, in the final analysis, a picture should keep alive a profound question in people. Art is, as such, a puzzle [...] a puzzle that wants to be solved, but not straight away.
Joseph Beuys, in discussion with students of art history of the Catholic University of Nijmegen, 2 aprile 1984

10/10/07

For the Love of God


For the Love of God è fondamentalmente una storia. Un racconto, una fiaba per bambini e come ogni fiaba ha una morale. L’opera di Damien Hirst nasce con un evidente intento: realizzare l’opera più costosa della storia.
Allora, cari bambini, cosa fa il bravo artista? Si rivolge ai gioiellieri di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra e chiede:
Piccolo Damien: “Per favore, mi potete realizzare un teschio in platino – che sia realistico però – e me lo tempestate poi con dei diamanti dappertutto dappertutto? Però per i denti non vi preoccupate, ci penso io: ci metterò dei denti veri, per far vedere che dopotutto devo ricordarmi che devo morire!”
Gran Gioielliere della Regina: “Non preoccuparti figliolo, lo sai che siamo i migliori gioiellieri dell’intera Inghilterra e forse del mondo intero. Certo ti costerà un po’, diciamo cinquanta milioni di sterline.”
Piccolo Damien: “Ok, risparmierò sulla birra ma ce la posso fare”.
Finalmente il piccolo Damien riceve il suo oggetto meraviglioso. Paga, o paga il suo amico d’infanzia Jay, non so. Credo che Papa Charles non gli passi più la paghetta.
E via di corsa al party d’inaugurazione nel Salone del Cubo Bianco a Palazzo Jopling. Per l’amor d’Iddio sudori freddi: chi acquisterà tale oggetto? Beh, almeno una cresta di una ventina di milioni di sterline tocca farla, no? Un collezionista da solo non ce la fa – cribbio, sono settante milioni di sterline! Non preoccupatevi bambini: arriva la Fatina Buona nella fattispecie una cordata di collezionisti e finanzieri (tra cui pare anche lo stesso piccolo Damien) che se lo porta via, il prezioso teschietto. E tutti vivranno felici e contenti, perché, dopo essere stato conservato nel caveau di una banca svizzera, tra qualche anno il povero Yorik verrà rivenduto a una cifra ancora più grande. E poi ancora passerà di mano e ancora finché il Fondo Monetario Internazionale non dichiarerà la bancarotta del pianeta. Ma non preoccupatevi bambini: voi non ci sarete più.
La cosa strana di tutta questa vicenda è che è di una trasparenza lampante: talmente ovvia nella sua paradossalità che credo di trovarmi in uno sketch dei Monty Pithon. E io mi sono immaginato la storia come un potenziale prologo o finale del Senso della Vita. Dimenticavo la morale della favola: in fondo il mercato è così, cosa ci dobbiamo fare. Meritiamoci tutte le Fiere d’arte contemporanea del mondo e convinciamoci che saranno sempre meglio di una Biennale, di una Documenta, di una Manifesta, eccetera eccetera. Il mercato è nostro amico, aiutiamolo!

PS: perché ho scritto una storiella invece di una critica? Boh, proprio mi è venuta in mente così, ho riso sulla vicenda (humour inglese) e l’ho scritta.

09/10/07

[pensare]

La pigrizia è una malattia degli spiriti malinconici, pensosi, inetti alla vita attiva. Tutto il mondo è racchiuso in uno studio dove poter scrivere e dormire e pensare e sognare. L’aria fuori è così fresca e piena di cose impossibili da valutare e scegliere. L’esperienza, evento fondante della vita, si riduce all’essenza: voler vivere non significa lasciarsi vivere. E il nostro tempo interiore batte rintocchi che la biologia non può seguire né assecondare. Allora ciò che noi chiamiamo pigrizia non è altro che la ricerca costante di un rifugio, vuoi per la maternità di una coperta, vuoi per il desiderio di abbandonare un attimo l’azione per gettare una o due riflessioni su una cartella word. Oppure ancora la certezza dell’essere stranieri tra stranieri che tali non si credono. Il delirio delle immagini contemporanee ci impone una pausa per non soccombere alla volontà e al gusto generale, per guardare, riflettere e credere – e sono poche le cose per cui la pigrizia vale la pena scomodare. Per credere bisogna cercare, ma la ricerca deve essere progetto e non un vagare senza meta. Le somme lasciamole tirare ai vecchi. Pensiero e azione di un giovane scrittore devono accompagnarsi come vestali che, pur tradendo la loro sessualità, rimangono pure di fronte al mondo. E mantengono accesa quella fiamma che rischiara e riscalda quel tempio che è la nostra anima.
Cavalcare lancia in spalla e volto rivolto a est è un viaggio che si può fare ad occhi chiusi, illuminati dal sole che sorge e dal furore che abbiamo nel cuore. Sospendere la vista al mondo esterno non è una dichiarazione di inadeguatezza, ma un modo per affermare il proprio io, almeno a se stessi. Perché i tabù del mercato non interessano, come le chiacchiere del vicinato, come le urla dei tg, o le nomine di Santa Romana Chiesa. Figure sbiadite che circondano il sognatore e il folle, chiuso in un ricordo che la memoria ancora deve registrare.