
For the Love of God è fondamentalmente una storia. Un racconto, una fiaba per bambini e come ogni fiaba ha una morale. L’opera di Damien Hirst nasce con un evidente intento: realizzare l’opera più costosa della storia.
Allora, cari bambini, cosa fa il bravo artista? Si rivolge ai gioiellieri di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra e chiede:
Piccolo Damien: “Per favore, mi potete realizzare un teschio in platino – che sia realistico però – e me lo tempestate poi con dei diamanti dappertutto dappertutto? Però per i denti non vi preoccupate, ci penso io: ci metterò dei denti veri, per far vedere che dopotutto devo ricordarmi che devo morire!”
Gran Gioielliere della Regina: “Non preoccuparti figliolo, lo sai che siamo i migliori gioiellieri dell’intera Inghilterra e forse del mondo intero. Certo ti costerà un po’, diciamo cinquanta milioni di sterline.”
Piccolo Damien: “Ok, risparmierò sulla birra ma ce la posso fare”.
Finalmente il piccolo Damien riceve il suo oggetto meraviglioso. Paga, o paga il suo amico d’infanzia Jay, non so. Credo che Papa Charles non gli passi più la paghetta.
E via di corsa al party d’inaugurazione nel Salone del Cubo Bianco a Palazzo Jopling. Per l’amor d’Iddio sudori freddi: chi acquisterà tale oggetto? Beh, almeno una cresta di una ventina di milioni di sterline tocca farla, no? Un collezionista da solo non ce la fa – cribbio, sono settante milioni di sterline! Non preoccupatevi bambini: arriva la Fatina Buona nella fattispecie una cordata di collezionisti e finanzieri (tra cui pare anche lo stesso piccolo Damien) che se lo porta via, il prezioso teschietto. E tutti vivranno felici e contenti, perché, dopo essere stato conservato nel caveau di una banca svizzera, tra qualche anno il povero Yorik verrà rivenduto a una cifra ancora più grande. E poi ancora passerà di mano e ancora finché il Fondo Monetario Internazionale non dichiarerà la bancarotta del pianeta. Ma non preoccupatevi bambini: voi non ci sarete più.
La cosa strana di tutta questa vicenda è che è di una trasparenza lampante: talmente ovvia nella sua paradossalità che credo di trovarmi in uno sketch dei Monty Pithon. E io mi sono immaginato la storia come un potenziale prologo o finale del Senso della Vita. Dimenticavo la morale della favola: in fondo il mercato è così, cosa ci dobbiamo fare. Meritiamoci tutte le Fiere d’arte contemporanea del mondo e convinciamoci che saranno sempre meglio di una Biennale, di una Documenta, di una Manifesta, eccetera eccetera. Il mercato è nostro amico, aiutiamolo!
PS: perché ho scritto una storiella invece di una critica? Boh, proprio mi è venuta in mente così, ho riso sulla vicenda (humour inglese) e l’ho scritta.