20/09/07

Fischli / Weiss

Flowers & Questions - A retrospective
Kunsthaus Zuerich



Tra le possibili scelte curatoriali dei musei, le retrospettive di artisti contemporanei rappresentano occasioni estremamente interessanti per vedersi offerta una lettura nel tempo breve di ciò che avviene, dell’hic et nunc. Opere importanti, che normalmente si possono fruire solo alle personali nelle gallerie private, escono dai caveaux e dalle abitazioni dei collezionisti per essere esposte tutte insieme e presentare un discorso diffuso e organico. In questo le istituzioni pubbliche e private estere sono molto attente e vivaci. L’operazione congiunta Kunsthaus di Zurigo – Tate Modern di Londra permette di ripercorrere il lavoro del duo svizzero Peter Fischli (1952) / David Weiss (1946).
Flowers & Questions – A Retrospective è il titolo della mostra. E già ci indica un possibile filo rosso delle esperienze dei due artisti. Il luogo comune del m’ama non m’ama mentre l’innamorato/a sfoglia la sua margherita è la metafora per domande più profonde riguardo al senso. Tutti ricordiamo l’enorme stanza buia alla Biennale di Francesco Bonami del 2003, con le proiezioni di interrogativi (Questions, 2002-03) dove, in una materializzazione di uno o più flussi di coscienza, sulle pareti comparivano luminose le scritte più varie – Wo sind meine schlüssel? [Dove sono le mie chiavi?], Lo spirito che di notte gira con la mia auto è forse la mia anima?, Is everything in my mind?, È vano resistere?. Come nelle sentenze di Peter Sellers, protagonista di Oltre il giardino, è nella semplicità che si nascondono le domande più importanti. Il dubbio costante aleggia su ogni opera e si rivolge direttamente allo spettatore.
Nei Carved Polyuretane Objects (1992-2004) Fischli/Weiss pongono la questione sull’oggetto che ha spostato vertiginosamente il punto di vista dell’arte nel secolo trascorso: il readymade. In una sala sono disposti come in un fondo di magazzino gli oggetti più disparati. All’apparenza un’operazione limpida: l’oggetto comune prelevato dal reale acquista plusvalore per l’atto senziente dell’artista. E se esiste dentro al museo, noi ci crediamo. Ma non di oggetti comuni si tratta, bensì di simulacri di readymades in poliuretano e dipinti come fossero oggetti usati: secchi di vernice, pacchetti di sigarette, scatole di cibo per cani, musicassette, lattine di birra, confezioni per pizza d’asporto (!), barattoli di yogurt, custodie di vhs. Il fanciullesco desiderio di riproduzione della realtà si rivela in una richiesta di definizione dell’essenza dell’arte.
L’oggetto torna al centro di uno dei loro video più famosi, The Way Things Go (1986-87), il video di una catena di reazioni consequenziali tra oggetti comuni – secondo le leggi della fisica e della chimica - che si dilata nel tempo di trenta minuti. Allo stesso modo in cui l’immaginazione di un bambino gioca con la ricerca delle cause elementari, la fantasia e la gioia dell’esperimento empirico dei due artisti si riversa in una messa in scena del banale che diventa straordinario. Analogo interesse verso gli oggetti, ma in senso statico, è rappresentato dalle fotografie Equilibres – Quiet Afternoon (1984-85): la precaria giustapposizione paratattica di bottiglie, pneumatici, martelli, stivali, catene di bicicletta, ventilatori, palloncini rende evidente la riuscita di un incredibile ma esistente punto di equilibrio.
The Right Way (1982-83) è uno dei due video (in realtà dei lungometraggi) in cui appaiono le figure dell’Orso e del Topo. Sullo sfondo della natura selvaggia, madre e matrigna, si snodano le avventure dei due artisti travestiti con costumi zoomorfi buffi e grotteschi. Come in una favola, le loro azioni sono profondamente umane e rispondono alle esigenze naturali e sociali. Con la delicatezza e l’ironia del racconto filmico, i due animali percorrono i diversi momenti archetipici della vita: le necessità di mangiare, di costruirsi un riparo, di avere un amico, di giocare e di cercare l’insondabile culminano nel finale dove la musica – l’arte? – svolge un ruolo totalizzante e rigenerante.
Nella serie di The Sausage Photographs (1979) Fischli/Weiss creano dei tableaux-vivants, come dei bambini che trasformano grazie alla fantasia qualsiasi cosa trovino tra le mani, elaborando micro mondi immaginari di salsicce-automobili, frigoriferi-rampe di lancio, piazze-salumi. O ancora la serie di Clay Figures: Suddenly this Overview (1981, 2006): quaranta mini sculture in terra-non-cotta dai soggetti più diversi affrontati con il linguaggio deformante dei pupazzetti infantili sembrano la catalogazione dell’alogicità della vita e l’esaltazione della fantasia, in particolare nei Popular Opposites. La sensazione è che la rappresentazione del quotidiano e dei suoi eventi banali e abitudinari assuma la sua evidenza attraverso la deformazione in una forma ironica.
Ma anche attraverso la sua messa in mostra attraverso le forme del dilettante. Nella serie Flowers, Mushrooms (1997-98) l’occhio del fotografo si concentra sui soggetti classici dell’amatore domenicale: fiori e funghi colti nella casualità di uno scatto si affermano nella potenza dei colori. La sovraesposizione della pellicola genera però ombre e tracce a testimoniare la natura fragile ed effimera dell’esistenza. La bellezza ambigua e banale si cristalizza nell’istante.
Dubbio e ironia, semplicità del linguaggio e complessità del mondo: sono le aste parallele sulle quali Fischli/Weiss compiono le loro acrobazie. Riuscendo a non cadere (quasi) mai.

15/09/07

why shall we believe in art?

[...] artists are people busy polishing lenses ready for an event that never happens, that one day the lens will be perfect; and that day we will clearly perceive the stupefying, extraordinary beauty of this [...]
Henry Miller, quoted by Gilles Deleuze in Spinoza. Philosophie pratique, Paris, 1981

13/09/07

progettoggetto - Pistoia

a cura di Stefano Coletto
Palazzo Bracciolini delle Api, Pistoia
fino al 22 settembre 2007

Courtesy Galleria SpazioA


Normalmente il pubblico dell’arte è abituato, quando si parla di arte emergente, ad assistere a esposizioni dove lo spettacolo e la meraviglia siano pronti a stupire più i sensi che l’intelletto. Invece progettoggetto è una mostra di giovani artisti accomunati da una vocazione – non certo anti-spettacolare – certamente minimale e poco gridata sopra cui aleggia una possibilità di ridefinizione dell’oggetto in arte. Questo stesso “soggetto” si presta, nelle diverse declinazioni dei dieci artisti e gruppi presenti, a una contemplazione silenziosa, laddove gli oggetti, più che imporsi con la loro presenza nello spazio, si pongono dialetticamente allo spettatore. Una paratassi formale – giustapposizione trasparente di oggetti su oggetti – che porta a una complessità concettuale, sfida per l’occhio e per la mente. Nel percorso incontriamo le domande di Nicola Gobbetto e del suo libro di fiabe e della dolce e psichedelica Alice oscurata da una gomma da masticare schiacciata sul suo volto illustrato – Who am I? (2007) –: la cancellazione della rappresentazione di un simbolo infantile non si risolve esteticamente in un gesto dada e nonsense, ma suggerisce, per associazione di semplici segni, potenziali pensieri complessi sull’infanzia. Gli Atrium Project, con il loro Problema n°0 (2006), su supporti che evocano leggerezza e controllo allo stesso tempo – dieci piastrelle di ceramiche – dipingono a mano singoli elementi che rimandano al mondo biologico e a quello meccanico, tra catalogazione e alogicità. Francesco CaroneOra l’autunno del nostro scontento (2007) – pianta nel pavimento un albero morto, defoliato, che rinasce a nuova vita grazie all’opera demiurgica (e alchemica) dell’artista, che ripopola le fronde grazie a mille mollette in legno dipinte delle diverse tonalità del verde artificiale. 34850 centimetri cubi (2007) di Michele Bazzana si impone con la sua nudità: il bersaglio ufficiale per la disciplina di tiro con l’arco è cristallizzato sotto teca. L’occhio, organo privilegiato, pur “vedendo”, non può cogliere fisicamente il suo obiettivo. Nikola Uzunovski si muove al limite tra misura e paradosso con No measures (2007). Un semplice esperimento di scienze spalanca nuove possibilità percettive, nuove domande, nuovi dubbi: giocando con le leggi della fisica, il fruitore partecipa attivamente all’esperienza estetica. Brunno Jahara opera e medita intertestualmente tra arte e design, proponendo una nebulosa e biomorfica – quasi bidimensionale – wall sculpture di piccoli dischi rossi – Aglutinoginos (2007). Simone Tosca decostruisce e ricostruisce attraverso l’individuazione di una struttura geometrica un ritratto – Defragmentedportrait 2 (2006) – che mimeticamente non esiste più. Il rapporto dell’artista con il mondo passa dal reale al virtuale. bobina™ è l’alter ego d’impresa di Maria Piccinini, ideatrice di oggetti – o strumenti – d’arte che mantengono intatto il loro carattere di utilità. Come i FANTA-SMELLY© (2007), sorti di arbres-magiques in funzione urbana: negli spazi della mostra impongono la propria presenza più attraverso l’olfatto che la vista. Nel puzzle di Kristine Alksne - #3Vagabondage (2005) – non torna nulla: le tessere si incastrano tra loro senza ricostruire nulla di prestabilito. Anzi, disegnano una forma libera di singoli elementi concatenati ma frammentari. L’installazione di Alberto TadiellodB (2007) – è la più inquietante e perturbante: un amplificatore in una piccola stanza varia le onde magnetiche e il suono a seconda della presenza fisica del fruitore: una possibilità per interrogarsi e fare interrogare sulle relazioni dell’uomo e il suo ambiente.
Artisti emergenti i cui linguaggi seguono nelle loro diverse declinazioni i binari paralleli della sintesi. Opere che offrono una sfida sensoriale e cognitiva. Una mostra che può imporsi come frammento di un discorso futuro.
La mostra rientra nel nuovo programma della Galleria SpazioA di Pistoia, attraverso il progetto InsideOut. Le possibilità per l'arte contemporanea si espandono per la città.

[pensare]

Ricominciare senza rigenerazione. Il grande cambiamento, la scelta di vita non riescono a compiere il senso se prima non si è annegati. Tra il momento della crisi e il momento della rinascita c'è una linea sottile quanto terribile. E' il luogo della metamorfosi, della fusione con l'acqua e con il fuoco. Senza catarsi non c'è rinascita dello spirito, non c'è nessun orizzonte vasto se non per stanche membra. La coscienza della crisi passa attraverso la visione di una terra guasta, dove le dicotomie si attorcigliano e diventano ambigue: l'assenza vive nella presenza, il vuoto nella gravità, la vista nella cecità, il genio nella mediocrità. Lo spostamento del corpo determina lo spostamento della mente - e del cuore? Da tempo il mio fuoco è solo la fiamma di una caldaia, che scalda l'acqua del mio bidé. La metamorfosi è un divenire nel tempo o nell'attimo di dolore? Vorrei una redenzione dall'alto, ma resta solo la speranza di un'assicurazione. Solo le parole non sono clandestine, solo un pensiero ti mostra - in un istante - che stai vivendo, perché il pensiero è un risveglio. Difficile è tenere la testa lontano dal cuscino.

10/09/07

On painting


Non si tratta di un processo estetico, è una forma di magia che si intromette fra di noi e l'ostilità dell'universo, una maniera di prendere il potere, imponendo una forma ai nostri terrori come ai nostri desideri.

Pablo Picasso

09/09/07

Lost in translation


- Più conosci te stesso e sai quello che vuoi,
meno ti lasci travolgere dagli eventi.

- Già. È solo che io non so cosa voglio diventare. Capisci?

06/09/07

ah, le piccole soddisfazioni della vita...

Stamattina ho avuto una piccola soddisfazione: ieri sera ho pubblicato un post sugli artisti che maggiormente mi hanno intrigato alla Biennale, che hanno espresso valori non banali ma complessi, attraverso linguaggi attenti e sintetici, minimali se vogliamo utilizzare un termine pericoloso.
Stamattina mi sono informato un po' su Sophie Whettnall sul web e, leggendo un articolo del New York Times - Michael Kimmelmann, That Unruly, Serendipitous Show in Venice, NYT, June 15, 2007 - trovo un giudizio di qualità simile al mio. Il critico chiosa il suo scritto sulla Biennale portando a esempio un'artista, proprio Whettnall: Come to think of it, maybe that’s the right metaphor for the state of art now. Non serve a niente, ma è confortante pensare che il proprio occhio non sia appannato o distorto davanti alla qualità - e questo detto in generale!

05/09/07

Zoran Naskovski / Sophie Whettnall


Sophie Whettnall, Shadow Boxing, 2004, film 16mm su DVD, loop 3'

All'Arsenale mi sono accadute due opere in particolare - come direbbe Barthes ho avuto un'avventura. Lavori molto diversi tra loro - apparentemente - e distanti per geografia e contenuti.
Il primo artista si chiama Zoran Naskovski (Serbia, 1960) e ha presentato Warframes (1999-2000, progetto web), un'installazione interattiva che rifugge la banalità del genere e la sua categorizzazione nell'arte da entertainment. Egli ci propone un racconto, fatto di ambiguità e terrore, dolore e distacco, sulla guerra (possiamo chiamare guerra il bombardamento sistematico di un Paese?) che ha colpito l'allora ex-Jugoslavia negli anni gloriosi di Bill Clinton. Niente di nuovo, si parla di guerra, come il percorso dell'Arsenale ci conferma, come Documenta di Kassel ci ricorda. La Morte a Venezia è un titolo abusato su ogni rivista. Ma è il linguaggio dell'arte che stravolge la realtà e le dà più forza, e l'ironia che traspare nel raccontare la guerra attraverso le immagini televisive trasmesse dalla TV serba è calma apparente. Perchè ciò che fa ridere veramente è l'esorcismo per ciò che fa piangere - o commuovere, almeno -: posso sorridere di Milosevic, che parla alla nazione levando in aria la SUA vittoria; posso sorridere di un cartone animato trasmesso durante un bombardamento; posso sorridere del cortocircuito tra realtà e virtualità; sorrido infatti, amaramente.
Sophie Whettnall (Belgio, 1973), altra artista a me sconosciuta, ma molto brava per il video che ha portato a Venezia, Shadow Boxing (2004). Una donna, bella e giovane; un uomo, un boxeur. Lei è immobile, quanto lui è dinamico e veloce: è come se si scontrassero due entità dotate di forze antitetiche che non riescono né a fondersi né a cozzare. Ma l'immobilità, la fermezza, la bellezza scultorea, l'astrazione dal mondo sembrano un apollineo vincitore: perchè il pugile si dimena, tenta l'Altro ma rimane innocuo, nonostante la sua attività, nostante il suo essere qui. Il loop dà l'idea di un movimento senza fine, senza senso; tutta energia sprecata. Forse la vita è in quel frammento, quando lei, cosciente e ferma d'animo, respira. Vita.
Non mi piace pubblicizzare una cosa - anche perché non ne ho alcun motivo - ma sabato 15 Sept. alla Continua di S. Gimignano, ho scoperto che inaugura proprio lei: io sono curioso di vedere altri suoi lavori ed estendo il mio invito anche ai miei quattro lettori (e non è un eufemismo manzoniano).
Qual è allora l'elemento che accomuna questi lavori? Il più importante: il linguaggio, asciutto e leggibile, minimale ed efficace, ma soprattutto sintetico. La forza di un'opera d'arte risiede nella sua complessità di fondo suggerita da una forma sintetica. Pochi segni che ti spalancano il più ampio degli orizzonti possibili.

03/09/07

Piccoli pensieri a margine della 52a Biennale di Venezia

"Parla come mangi. Mangia come parli"

Passeggiando per l’Arsenale
Così come a Documenta, anche qui si respira un’aria di volontà di critica politica da parte di molti artisti. È come se l’ovest svuotato di ideali sentisse il bisogno di ricordarsi quelle che sono state battaglie importanti per il suo rinnovamento sociale ed estetico. Visto che i sogni riusciamo solo a fabbricarli quando dovrebbero nascere dall’immaginazione di ognuno, respiriamo la nostalgia di ciò che forse siamo stati, cavalieri utopisti della modernità. Le denunce degli artisti dell’Est, del Sudamerica, dell’Africa suonano però una melodia ovattata dalla precisione esecutiva del contesto espositivo, una sequenza interminabile di white cubes. È come se noi ci fossimo arresi, avessimo deposto le armi del linguaggio, del significato, della cultura; davanti a un puzzle di situazioni che non si incastrano, lo spettacolo si infiacchisce, come un’asincronica rivista del varietà.

Passeggiando per il Padiglione Italia
In generale è una Biennale noiosa, perfettina, fighetta. Se da una parte il sito è un’occasione per vedere in Italia alcuni grandi artisti di cui possiamo avere visione solo sulle riviste o nei viaggi oltre confine, dall’altra rimane sempre un’occasione sprecata per fare un punto, anche parziale e frammentato, di ciò che in Italia sta accadendo. La mostra di Storr poi non fa il punto su nulla in fondo. Una Biennale non dovrebbe essere una vetrina per collezionisti – diciamo che ArtBasel sa fare il suo – ma cercare di incidere nella relazione che il pubblico, che paga il biglietto, ha e può avere con l’arte. Poca sperimentazione e grande management, così si scontenta un po’ tutti, e forse neanche tanto: alla fine il proprio tesoro ognuno se lo porta a casa, come l’intenso e delicato lavoro di Sophie Calle sulla morte della madre oppure la materica assenza delle tele di Robert Ryman.
E quando si torna alla stazione di Santa Lucia con qualche buon – e bel – ricordo, ci si rende conto che in fondo la Biennale è sempre la Biennale.

Ps: Penso a come hanno trattato il tema della morte del caro estinto artisti come Calle o Viola o Boltansky e poi a Ron Mueck: forse il cinismo è stato veramente il zeitgeist degli anni Novanta.

Chiosa finale: chi scrive ha avuto poco tempo e troppi spritz per farsi un bel giro per i padiglioni fuorisede, ma la chiesetta di San Gallo con il lirico Ocean without a shore di Bill Viola è d’obbligo. Un maestro non ha bisogno del cubo bianco; lui, lo spazio, lo sa leggere. E far rivivere.