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12/02/08

58. Internationale Filmfestspiele Berlin [Track 01]

Grande euforia e grande packaging per la 58. Internationale Filmfestspiele Berlin. Impossibile non andarci, difficile invece è spulciare il programma per cogliere cosa vale la pena visionare per non addormentarsi.

With Gilbert and George è il documentario che Julian Cole ha realizzato utilizzando riprese di repertorio e inedite sul celebrato duo britannico (da ultima la retrospettiva a Rivoli). Certo, tutti gli art addicted sanno che Gilbert è italiano, ma si può considerare british a tutti gli effetti, considerando la sua formazione londinese. I due si conoscono alla S. Martin’s School negli anni ‘60, in una Londra a ritmo di pop e rock ‘n’ roll, ma si distano ben presto da un ambiente studentesco dominato, a loro dire, più dall’ansia del successo che di effettivi tentativi di sperimentazione. Per giungere a una fusione alchemica di arte e vita: nascono così le living sculptures, l'assunzione dei loro corpi a statuto statuario, così sul palcoscenico dell'arte, così su quello della vita quotidiana. "Se tutto ciò che fa l'artista moderno è arte", loro stessi vogliono incarnare l'essenza dell'arte, facendo entrare la sfera dell'estetica su loro stessi. Senza però stravolgere il medium stesso: le loro performances, come Singing Sculpture, non vogliono rimettere in discussione un linguaggio, quanto persistere nella sperimentazione in una ricerca che sia condivisa e non strettamente appartenente alla cultura d'avanguardia occidentale (il Modernismo in parole povere). Il loro approccio può essere considerato "tradizionale" dagli esegeti dell'avanguardismo, ma questa è la loro forza: saper parlare al pubblico senza essere linguisticamente autoreferenziali. Parlare dei grandi temi esistenziali -vita, morte, religione, razzismo, natura e impurità- attraverso uno stile che chiamare pop non deve ricondurre alla generazione precedente degli americani, ma alla sua origine, tutta inglese, di popular. Un'arte che dunque parla alla gente senza sofismi e forzature, ma con un'ironia e semplicità tutta british.

Veniamo ora alla prima tranche dei corti presentati fuori e dentro concorso al festival. Harry Wootliff con il suo Trip, è il regista che al meglio interpreta lo strumento del corto, costruendo un frammento poetico e doloroso di una vicenda quotidiana, quale la crisi tra due genitori e il loro rapporto con i figli. Il pregio è di non cedere mai nella retorica, per focalizzare, attraverso un’adeguata ripresa a camera a mano, dei piccoli dettagli emotivi e psicologici dei protagonisti: un padre che nel mezzo della notte prende le due piccole figlie per andare “in vacanza” con un Westfalia. I piccoli gesti tradiscono però il suo senso di colpa latente, la certezza di un’azione destinata a breve vita. Un personaggio titano del quotidiano che vuole vivere l’illusione della speranza per un solo giorno, fingendo coscientemente di poter riassaporare quella vita, quegli affetti viscerali che forse non poteva vivere da tempo. Un gesto disperato quanto tenero che invita lo spettatore a compatire, a vivere la sua stessa sofferenza. Perchè lo spettatore già è portato a subodorare il finale. Il risveglio si muove sul dualismo della dolcezza della carezza della figlia più grande al volto del padre ancora addormentato e il successivo arrivo della polizia e della madre, dell’arresto dell’uomo e del ritorno alla “normalità”. Una normalità che le bambine non hanno la coscienza di comprendere.
Tra tragedia e ironia, tutta dialetticamente impersonata dal suo soggetto, è Impermanent di Mario Rizzi, artista italiano globetrotter. Il tema è di stretta attualità, risultando dunque un po’ noioso, del rapporto Palestina e Israele. Se l’importanza della testimonianza di Ali, 96enne medico che racconta con uno stile appassionato quanto distaccato (!) aneddotti salienti della sua vita, alla fine ci sfugge la sintesi di un lavoro di questa portata, se non un relativismo di qualità, ma flebile nel messaggio: ancora ci si chiede chi siano i veri cattivi in Medio Oriente. Per fortuna Rizzi è comunque abile a mantenere il distacco e a lasciare il discorso nelle mani e nelle parole del suo testimone.

01/02/08

History will Repeat Itself - Kunst Werke, Berlin


Originale dell'articolo pubblicato su Exibart

Daniela Comani, Sono stata io. Diario 1900-1999 - veduta parziale dell'installazione
all'Officina delle Arti, Musei Civici, Reggio Emilia (2006)

La memoria collettiva è il risultato di una stratificazione di variabili che si sovrappongono, si modificano e si completano a vicenda. E sempre più il mondo dell’informazione e dei media è l’attore principale nel veicolare racconti che si sedimentano nel patrimonio della memoria di ognuno. La storia non è altro che ciò che è stato scritto e rappresentato sulla stessa, sempre pronta alla sua rimessa in discussione. Se uno dei compiti degli artisti è quello di svelare e rendere nuda la consuetudine, il re-enactment ne rappresenta una delle possibili strategie operative. Come sottolineato in apertura del testo in catalogo, il termine re-enactment è usato per definire una ricostruzione storicamente corretta di eventi importanti, dove il pubblico non è distante rispetto all’evento, bensì ne è direttamente testimone se non protagonista. Si pensi alle ricostruzioni di grandi battaglie del passato, oppure a eventi più vicini alla cultura popolare come le nostre sagre in costume –specialmente di gusto medievale- o ai giochi di ruolo dal vivo. Ma se queste forme ci vogliono riportare nel passato o in un’altra dimensione, per gli artisti presenti re-enactment significa ricostruire il passato in modo che abbia un valore per il presente, che possa solleticare il nostro senso critico sulla storia.
Paradigma diventa l’opera dell’inglese Jeremy Deller (London, 1966), The Battle of Orgreave (2001), in cui viene recitato uno degli scontri più cruenti tra minatori e poliziotti nel biennio caldo del tatcherismo (1984-85). Con la direzione del regista Mike Figgis, Deller costruisce un video-documentario (di oltre 60 minuti!) dove, oltre al re-enactment, protagoniste sono le impressioni a caldo e le interviste di coloro (poliziotti, minatori e cronisti) che furono testimoni e veri attori di quello scontro. La ri-messa in scena attraverso la memoria di chi c’era si pone con forza contro il potere costituito che allora (governo, media e networks in generale) bollò i rivoltosi come nemici della Gran Bretagna perché si rifiutavano di lavorare. Il dramma per l’uomo contemporaneo è che fa finta di non vedere: sa della sua subordinazione all’informazione, ma continua a non mettere in dubbio la verità della stessa.
Come punto di partenza, anche il lavoro di Pierre Huyghe (Paris, 1962) ragiona sul filtro che i media esercitano tra l’evento e la sedimentazione nella memoria collettiva. Un famoso fatto di cronaca –una rapina in una piccola banca di Brooklyn da parte di tre non-professionisti nel 1972- tiene col fiato sospeso spettatori e telespettatori sia durante sia dopo la risoluzione e l’arresto. Una storia qualunque che ha un che di pruriginoso –di mezzo c’è una storia d’amore omosessuale- che non può non solleticare il vouyerismo americano. Tanto che il cinema se ne appropria per Quel pomeriggio di un giorno da cani con protagonista Al Pacino (Dog Day Afternoon, 1975). Tra i reports contemporanei all’evento, le dichiarazioni e interviste nei buoni salotti televisivi, lettere dal carcere e celebrazione cinematografica, ogni parvenza di bussola pare perdere senso nel circo mediatico. Così l’artista francese attua il suo re-enactment come fosse un video dietro-le-quinte come contenuto speciale di un dvd, giocando sui cortocircuiti percettivi che si sono succeduti: non a caso il titolo dell’installazione –oltre al video, sono presenti anche riproduzioni di quotidiani dell’epoca, così come il manifesto del film e un contemporaneo Porta-a-Porta USA- è The Third Memory (1999).
Ancora è il prurito americano a essere protagonista nella video-installazione Unexpected Rules (2004) del duo svizzero Frédéric Moser/Philippe Schwinger (Saint-Imier 1966/1961). All’interno di un set teatrale, che in realtà riprende esageratamente il design di un peep-show, una compagnia recita frammenti dell’affair Clinton-Lewinsky. La cronaca diventa da una parte pretesto per sottolineare le contraddizioni nell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica che gli stessi veicolano, dall’altro la possibilità di creare una nuova storia o fiction, da un punto di vista esclusivo e soggettivo: un'altra verità tra le tante esistenti.
Daniela Comani (Bologna, 1965) pone se stessa come filtro alla storia del Novecento con Ich war’s. Tagebuch 1900-1999 (2002). 365 giorni narrano con il linguaggio della scrittura gli eventi attraverso statements in prima persona. Dati che sono ricondotti a tempi e luoghi precisi –ma senza ordine cronologico- su un’enorme superficie dove le parole creano un pattern a grado zero, accompagnate da un audio cd che recita le stesse. È attraverso la semplicità allora che lo spettatore è portato a compiere il suo personale viaggio nella storia, a confrontare i propri ricordi e a elaborare il suo personale senso all’interno della stessa. Al contrario della maggior parte dei lavori presenti, qui il re-enactment è offerto anche a chi guarda in una dimensione contemplativa che spesso il video rifugge.
Gli altri artisti in mostra: Guy Ben-Ner, Walter Benjamin, Irina Botea, C-Level (Team Waco), Rod Dickinson (con Graeme Edler, Steve Rushton), Nikolaj Evreinov, Omer Fast, Iain Forsyth & Jane Pollard, Heike Gellmeier (con Tabea Sternberg), Felix Gmelin, Evil Knievel, Korpys/Löffler, Robert Longo, Collier Schorr, Kerry Tribe, T.R. Uthco & Ant Farm, Artur Zmijewski.

21/11/07

invece di [pensare]

ecco, forse gli intelletuali si meritano questo?