31/08/07

After Hours


Fuori orario come l’orologio del Bianconiglio. La notte è il rovescio della medaglia di 24 ore di vita, dove la lucidità non aiuta nell’assurdo scorrere del tempo. Un labirinto dove le coincidenze non vogliono essere casuali, ma succhiare ogni razionalità possibile. Donna maledetta e peccatrice e foriera di vizi per il povero Paul! Le relazioni reali mi vogliono uccidere, il mio è un viaggio inopportuno, non sono ospite anche se invitato. E ancora su e giù, di palazzo in palazzo, di scala in scala, di appartamento in appartamento, alla ricerca di una salvezza – o della Salvezza? L’uomo corre verso una redenzione di cui non vede la luce; la notte, la pioggia, l’assurdo lo bramano, lo avvolgono, senza un senso. Forse. Vorrei cadere, al ritmo di un ballo lento, ma il paradiso deve attendere. E attenderà, finché il cancello della vita non si spalancherà alla mia ovvia, consueta e serena esistenza normale.
E una camicia nuova.

30/08/07

Documenta 12: modernità o parodia della modernità?


[…] l’unica Idea-Mito dell’Occidente moderno: la Critica. […]
Octavio Paz

La forza di un evento risiede nella capacità di leggere il presente e di fornire una critica e una possibile soluzione al problema sollevato. Documenta 12 si confronta con un tema complesso e ambiguo: la modernità. Concetto chiave della cultura dell’Occidente, rappresenta ancora il termine attorno al quale ruotano le investigazioni dei filosofi, attraverso le nozioni di premodernità (la cultura pre-rivoluzionaria) e di postmodernità (la cultura dell’epoca contemporanea) e i tentativi di capire un presente schizofrenico e frammentato. Documenta viene introdotta da Roger M. Buergel nel dicembre del 2005 sotto il vessillo di tre interrogativi: Is modernity our antiquity? What is bare life? What is to be done? Domande impegnative, sia formalmente – fornisce l’impressione di un work in progress atipico – sia contenutisticamente: porre la questione della modernità nel momento in cui la società si è ufficialmente proclamata postmoderna – disgregata ed edonista, differenzialista e segmentata – significa che ancora è diffusa la sensazione, o meglio il sogno, che la forza delle idee sia capace di cambiare lo stato delle cose. O che almeno sia l’arte a testimoniare questa forza latente.
Allora è significativo, programmatico direi, se nella sede principale il visitatore viene accolto da un piccolo quadro – anzi, dalla riproduzione fotografica di un piccolo quadro – di Paul Klee, Angelus Novus. Nel 1921 esso viene acquistato da Walter Benjamin, il quale vi costruisce sopra uno dei testi critici centrali delle sue tesi di filosofia della storia : una visione apocalittica ma lucida nella sua sintesi. Il grande racconto del progresso, dell’evoluzione attraverso la tecnologia ha portato per contrappasso alla rovina dell’uomo, caduto, dopo la Grande Guerra, in un inferno dal quale forse ancora non si è risvegliato. E l’Angelo è la coscienza della Storia e le sue ali sono sospinte dal vento della Storia, ma i suoi occhi sono sbarrati sulla terra guasta che l’uomo si è creato. La modernità e gli uomini che ne hanno portato avanti le utopie non sono stati capaci di trasmettere in pratica i propri ideali dettati dalla Ragione oppure non sono stati in grado di prevedere le conseguenza della messa in atto. Si tratta di una sentenza dolorosa e angosciosa che può servire oggi per riprendere un discorso e rimeditarlo, rielaborarlo senza cadere nella revisione citazionistica ormai “tradizione” dell’epoca postmoderna. Partire da uno dei maestri della modernità e allo stesso tempo della messa in crisi della stessa – perché tale è la natura ambivalente di modernità – suggerisce di ricominciare da quel cardine e paradigma, “Idea-Mito dell’Occidente moderno” che è la Critica. Un’idea forte e poderosa, dunque, una presa di posizione evidente all’interno di un Occidente stanco e incapace di proporre strumenti efficaci alla facoltà di critica. L’arte può diventare uno di quegli strumenti.
L’Angelus Novus diventa il simbolo di Documenta, ma un simbolo inadeguato alla mostra.
L’intento è forse di mostrare un’arte anti Biennale di Venezia. La Biennale rimane la rassegna di arte contemporanea più importante al mondo per storia e prestigio (nonostante qualche entusiasta del libero scambio le opponga ArtBasel). Certamente è espressione dell’establishment: sono invitati gli artisti più visibili della scena internazionale – con tutti gli interessi che ne conseguono. Nell’estate torrida dell’arte contemporanea l’occasione è ghiotta per un’affermazione di identità: da una parte una Documenta work in progress sulla modernità, dall’altra la Biennale established della postmodernità.
Attraverso il percorso espositivo di Documenta emerge che il recupero della modernità passa dal recupero di quegli artisti nel cui solco operano oggi, vedi critica alla politica colonialistica e imperialistica dell’Occidente avanzato, critica al mercato delle merci e in particolare delle opere d’arte – cioè di un’arte che esce da un sistema spettacolarizzato e dunque postmoderno. Ma il risultato è deludente, perché la maggior parte delle opere sono deboli a fronte di un’intenzionalità critica e curatoriale così impegnativa. Il multiculturalismo proposto nelle varie sedi sembra una replica del già esperito. Il clima politicamente corretto offre lavori più interessanti per una sociologia delle arti piuttosto che per un godimento nel singolo e nel complesso. Una Documenta fricchettona in cui il motto diffuso è: vogliamoci bene. Possono ancora quelle istanze che hanno qualificato la cultura occidentale nel corso del secolo trascorso avere valore oggi, in piena epoca postmoderna e, se vogliamo, di crisi dell’epoca postmoderna? Come osservato su altre pagine, il clima che si respira a Documenta è di restituzione comunicativa di opere e artisti borderline, cioè fuori dallo star system attuale. Ma la domanda che nasce ingenuamente è se questi artisti siano out per una loro incongruenza (esistenziale e artistica) con il sistema, oppure se la loro condizione non sia dettata dalla minor qualità estetica – formale e concettuale – del loro lavoro.
Un’altra considerazione importante è da fare: il problema della ricezione da parte di un pubblico occidentale di opere provenienti dai paesi non occidentali. È chiaro che il nostro portato culturale, specialmente quello estetico, ci pone in una situazione di stallo del giudizio, specialmente per quei lavori che, per linguaggi e contenuti, appartengono per noi a esperienze passate. Ma è altrettanto vero che gli stessi lavori contestualizzati nel loro territorio di origine assumono una forza di denuncia a largo spettro che nel fruitore occidentale non avviene – o in misura minore. Si avverte un vero e proprio gap di comprensione tra le diverse culture che in Documenta acquista la forma dell’odiato politically correct e la sensazione di trovarsi ancora in una dimensione citazionista postmoderna.
La modernità storica è un fatto essenzialmente occidentale: Documenta vuole mostrare le modernità altre? Può essere, anche se si respira un venticello parodistico. Ripensare la modernità è un’attitudine critica necessaria nel mondo contemporaneo, appiattito sul postmoderno più alienante. Ripensare la modernità non significa rispolverare indumenti a lungo riposti nell’armadio – è un’attitudine del tutto postmoderna – bensì ripartire da quella facoltà di critica del presente per arrivare all’essenza, o a una possibilità di essenza.
A ben pensare, alla fine è utile trovare un’artista che possa essere paradigma di questa Documenta un po’ nostalgica, attraverso suoi due lavori, in due sedi diverse: Martha Rosler, con due opere degli anni Settanta. Il primo – The Bowery in two inadeguate descriptive systems, 1974-75 – di natura squisitamente concettuale, il cui linguaggio sintetizza a pieno l’esperienza più radicale della modernità e del superamento di qualsiasi forma tradizionale (aspetto che tra l’altro viene criticato dall’interno). Il secondo – Flower Fields (Color Field Painting), 1975 – un video che mostra la componente raffinatamente citazionistica, e a posteriori postmoderna, della messa in crisi ironica del movimento modernista per eccellenza. Oppure il bulgaro Nedko Solakov, che ci insegna che non esiste critica senza avere paura.
Se la modernità è un progetto incompiuto, il ripensamento della stessa deve ancora progettarsi. Viviamo ancora in una terra desolata che richiede la nostra facoltà di Critica.

29/08/07

Theo Jansen

David Hume


È naturale che noi cerchiamo una regola del gusto, una regola mediante la quale possano essere conciliati i vari sentimenti degli uomini, o almeno una decisione che, una volta espressa, confermi un sentimento e ne condanni un altro […].
Fra le mille differenti opinioni che uomini diversi possono nutrire a proposito dello stesso soggetto ve n’è una, e una sola, che è giusta e vera, e l’unica difficoltà è quella di stabilirla e di accettarla. Al contrario, mille diversi sentimenti suscitati dallo stesso oggetto sono tutti giusti perché nessun sentimento rappresenta quello che è realmente nell’oggetto. Esso indica solamente una certa conformità o relazione fra l’oggetto e gli organi o facoltà della mente; e se questa conformità non esistesse realmente non sarebbe possibile nemmeno che ci fosse il sentimento. La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla e ogni mente percepisce una diversa bellezza. Può anche esserci qualcuno che percepisce una bruttezza dove un altro prova un senso di bellezza; e ognuno dovrebbe appagarsi del suo sentimento senza pretendere di regolare quello degli altri. Cercare la reale bellezza o la bruttezza reale è una ricerca infruttuosa quanto pretendere di stabilire quel che è realmente dolce o realmente amaro […].
È evidente che nessuna regola di composizione è determinata in base a ragionamenti a priori o può essere considerata come un’astratta conclusione dell’intelletto mediante il confronto di quei caratteri e di quelle relazioni di idee che sono eterne e immutabili. Il loro fondamento è lo stesso di tutte le scienze pratiche: l’esperienza; si tratta solamente di osservazioni generali relative a ciò che si è trovato universalmente piacevole in tutti i paesi in tutte le epoche.
David Hume, Saggi di Estetica, 1994, pp. 42-44

A volte penso che la Storia non esiste e sia solo uno strumento per mettere in sequenza gli eventi. Ma il pensiero degli uomini difficilmente può essere incanalato nel dispiegarsi del tempo, in maniera progressiva: un passo come questo, di un filosofo inglese del Settecento, può dare input tanto quanto gli scritti di MacLuhan.

28/08/07

Scrittura

Il problema è che io sono un critico e non uno storico. Certamente l'attività di storico dovrebbe essere propedeutico a quella di critico. Ma la critica ha bisogno di allargare le maglie della storia per statuto: perché essa è soggettiva e parziale. Non potendosi appellare a una Ragione universale, lo farà alla ragione del gusto.
Quando scrivo, non racconto nulla che io sappia. Non ho idee già ordinate da sistemare in due cartelle. La scrittura stessa come attività è un'investigazione cognitiva, è un atto sacro di rivelazione, la trasmissione fenomenica di un pensiero creativo.
La pagina bianca, da spauracchio angoscioso e testimone delle mie paure, diventa col tempo una sfida sempre più eccitante e un luogo naturale per lo sfogo della mia creatività latente. La passione per i segni e per i concetti che emanano e suggeriscono mi infonde sempre maggior coraggio e audacia speculativa: costringere il mondo che osservo sotto una preziosa teca di cristallo. Evocare attraverso le parole pensieri che mi appartengono e suscitarne altri che sono altro-da-me e che appartengono solo al singolo lettore. Che mistero la scrittura, il desiderio umano che esige sempre la domanda: “Chi sono?” E successivamente: “Che fare?” Lo scrittore è pronto. Specialmente di notte.

25/08/07

Vinicio


Questa è la ballata
di chi si è preso il mare,
che lapide non abbia
né ossa sulla sabbia
né polvere ritorni
ma bruci sui pennoni,
nei fuochi sacri,
i fuochi alati,
della Santissima
dei Naufragati.

24/08/07

Aguirre


Un film terribile, di un'intensità scavante e risucchiante. Aguirre è il simbolo di un Occidente affamato di potere. La Natura e l'uomo allo stato di Natura sono forze alle quali la Cultura, la Bellezza, la Tecnica dell'uomo civilizzato soccombono, in un triste destino. Il Dio dei cristiani è piccolo dinnanzi al grande demiurgo. L'uomo solo è artefice del suo destino, ma egli è pazzo, e pazzi coloro che lo seguono. Chi dissente, muore, la Legge nella mente di un folle è strumento di crudeltà e tradimento. La bellezza è fiera e vuota, Inès sceglie di morire, invece di continuare un'inutile esistenza. L'uomo è cieco davanti ai suoi limiti. Siamo forse come don Lope de Aguirre?

22/08/07

ER*


But what's so easy in the evening, by the morning is souch a drag.
Bright Eyes, Lua

Modernità e ricerca dell'altro-da-sé

Alcuni grandi uomini della modernità sono scappati dall'Occidente "civile" per cercare l'autenticità nell'altrove e nell'altro-da-sé, sia fisicamente sia astrattamente (cito a memoria Maxime DuCamp, Rimbaud, Lawrence, Gauguin, Picasso, fino a Boetti, etc.). Si può oggi avere e custodire quei sentimenti di insoddisfazione - solo, il rigetto è impossibile in quanto occidentali e comunque i "migliori" - in un mondo globalizzato?
Se l'uomo e la donna occidentali non possono assolutamente prescindere dal loro pesante bagaglio culturale; se Pechino o Tokyo o Shangai o Buenos Aires non sono più l'Altro, sbatteremo la testa nelle nostre stesse metropoli. L'Altro allora va ricercato dentro di noi?

21/08/07

Clem

La critica US continua a odiarlo, ma ancora si parla di lui, feticismo o rispetto?
Cito dalla recensione su brooklynrail.org di Joscelyn Jurich:
When Clement Greenberg was five years old, he beat a goose to death with a shovel handle. Near the end of his life, Greenberg explained that he had killed the bird not out of cruelty but out of fear. This incident was a portent, quipped the New Yorker’s Adam Gopnik: “The slow escalation in targets, the growing taste for blood, the rise to bigger and uglier assaults…The die is cast; the boy will become an art critic.”

Forma e letteratura (2)

Cerco di mettere ordine nei miei pensieri.

Tutto ciò che appare è fenomeno (concetto banale, è Kant).
La forma è il fenomeno.
Tutto ciò che non è forma è letteratura.
La letteratura è il racconto dietro la forma, il percorso che va dall'idea alla forma.
E' come se io scrivessi un racconto sull'infelicità di un uomo e descrivessi effettivamente l'infelicità di un uomo. Non c'è creazione, solo trasparenza.
Inoltre per l'arte c'è un problema in più: la forma può essere incisiva, ma la letteratura può sminuirne il senso.

20/08/07

Forma e letteratura

Nel film Pollock con Ed Harris, a un certo punto Clement Greenberg dice pressapoco così: "Quello che non sopporto nei Surrealisti è che hanno confuso la Pittura con la Letteratura. La Pittura è solo superficie e colore". Purtroppo non sono riuscito a trovare la citazione precisa nei suoi testi, ma essa corrisponde in sintesi a quello che era il programma teorico-estetico del critico americano, cioé l'autoreferenzialità della Pittura. Ultimamente sto meditando molto sul Modernismo, sia inteso come movimento culturale in generale - concetto chiave del Novecento - sia nelle sue declinazioni più particolari - il sistema critico ideato da Greenberg -; e sul rapporto dello stesso con il Post- o Tardo Modernismo (non importa ora come lo vogliamo chiamare). Ovvero della decadenza della Critica - "Idea-Mito dell'Occidente moderno"[1] - in una società che ormai si è appiattita su valori di a-moralità e a-eticità, relativismo e mercato. Quando Paz parla della critica con la C maiuscola ovviamente non intende parlare di critica d'arte, ma di uno spirito di indagine, analisi, sintesi dell'esistente per una possibilità di miglioramento che era proprio degli "intellettuali" - scrittori, artisti, politici, architetti, scienziati, etc. - che hanno caratterizzato la cultura del Novecento. Una capacità e una volontà che oggi si stanno perdendo[2].

CONTINUA...


[1] Octavio Paz, L'apparenza nuda, Abscondita, 2000, p. 124 (orig. 1966)
[2] Cfr. Zygmunt Bauman, La decadenza degli intellettuali, Universale Bollati Berlinghieri, 2007 (orig. 1987)

19/08/07

Epitaph

E ancor più profondo, ancor più profondo è il significato di quella storia di Narciso che, non potendo afferrare la dolce e tormentosa immagine che vedeva nella fonte, si tuffò in essa e annegò. E' quella stessa immagine che noi vediamo in tutti i fiumi ed oceani. E' l'immagine dell'inafferabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto.
H. Melville, Moby Dick

18/08/07

W. Benjamin, La tecnica dello scrittore in tredici tesi


I. Chi intende procedere alla stesura di un'opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l'accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l'orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l'ispirazione ed essa l'attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un'intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E' un imperativo dell'onore letterario interrompersi solo quando c'è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l'opera è terminata.
VIII. Occupa una stasi dell'ispirazione con l'ordinata ricopiatura del già scritto. L'intuizione ne sarà risvegliata.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
X. Non considerare mai perfetta un'opera che non t'abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
XI. La conclusione dell'opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l'attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
XIII. L'opera è la maschera mortuaria dell'idea.

W. Benjamin, La tecnica dello scrittore in tredici tesi, in Strada a senso unico, Torino, Einaudi

15/08/07

Ancora sul progresso

[...] Niente di più assurdo del Progresso, dal momento che l'uomo, come è provato dalla realtà di ogni giorno, è sempre simile e uguale all'uomo, vale a dire dello stato selvaggio. Che cosa sono i pericoli della foresta e della prateria paragonati agli scontri e ai conflitti quotidiani della civilizzazione? Che l'uomo pigli al laccio il suo gonzo sul Boulevard, o trafigga la sua preda in foreste inesplorate, non è forse l'uomo di sempre, vale a dire l'animale da preda più perfetto? [...]
Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, XIV, 21

An example of what a curator could do for an artist

I think there's something stupid in postmodern art, don't you?

14/08/07

Tra un mese a Berlino

Ho bisogno della metropoli come Bauedalire aveva bisogno della sua frastronante e caotica Parigi, per trarne una sintesi, così come gli era necessario farla ogni giorno per la sua anima lucida e inquieta. Firenze è un paese e vive di tutte quelle contradditorietà di un paese italiano, sempre al limite tra qualità e sopravvivenza. Un paese più grande rispetto a quello ben più modesto del mio natio borgo selvaggio. E sento di partire, anzi, di stare per partire, senza grossi intoppi né rimpianti, cercherò di fare del mio meglio. Le grandi strade, le metropolitane che rombano nel frastuono del sottosuolo, le luci dei neon e della grande torre, l'arte rinchiusa tra studi e clubs alla moda, gli sbandati per troppa inquietudine, i neonazisti che scorribandano, la birra locale mi accompagneranno in questa mia ricerca continua della felicità.

[...] Un mattino partiamo col fuoco nel cervello,
col cuore traboccante di rabbia e voglia amare,
e ci affidiamo al ritmo dell'onda che addormenta
il nostro infinito sul finito del mare.

C'è chi fugge felice una patria obbrobriosa
e chi l'orrore della propria culla;
altri, astrologhi a picco negli occhi di una donna,
la tirannica Circe dai rischiosi profumi.

Per non mutarsi in bestie s'inebriano di spazio
e di luce e di cieli fiammeggianti;
il gelo che li morde, il sole che li cuoce
cancellano adagio il marchio di quei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire
e basta [...]

Se solo non fosse per un piccolo grande rimpianto che mi porto dentro al cuore, un rimpianto che è il mio primo rimpianto, e per questo così gravoso. Il vino a Berlino sarà troppo costoso per affogarvi dentro l'anima.

A volte mi stupisco - e non dovrei - di come l'intorno antropizzato o la sua assenza influiscano tanto sulla psiche di un uomo. Perchè lo spazio è più importante del tempo? Se il tempo è relativo, lo spazio non può esserlo, perchè noi, in quanto esseri che necessitano di esperienza, abbiamo bisogno di stimoli, tanto più esterni quanto interni. Spesso penso che la salvezza di un uomo/donna dipenda dal suo potenziale grado di astrazione rispetto al mondo. Ma l'essere-nel-mondo ci impedisce di farlo, per fortuna. La nostra condizione di astrazione dipende sempre dal luogo fisco in cui siamo: forse in cima a un colle, forse nel buio di una foresta, forse in una landa desolata, forse in una città-formicaio. E' la testa, è il cuore, a indicarci il luogo dove tutto sarà possibile.

11/08/07

La società dello spettacolo

Ieri sera parlavo con un amico di massimi sistemi, quindi anche della società contemporanea; e mi è venuta in mente una citazione di Debord:
“[…] Quando a una persona rimane soltanto la fama attribuitagli come un favore dalla benevolenza di una Corte spettacolare, può cadere in disgrazia da un momento all’altro. Una notorietà antispettacolare è diventata una cosa rarissima. […] Ma è diventata anche estremamente sospetta. La società si è proclamata ufficialmente spettacolare. Essere noto al di fuori delle relazioni spettacolari equivale già a essere noto come nemico della società. […]”
Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, 1997 (PE 1967), p. 200

09/08/07

Nauman in Muenster - Skultur Projekte 07

Fischli & Weiss - Selection by "Der Lauf der Dinge"



Forse il video più famoso, lo guarderei per ore, come un bambino...

Il progresso e l'individuo

La credenza nel progresso è una dottrina da pigri […]. È l’individuo che fa conto sul suo vicino per sbrigare il suo lavoro.
Non ci può essere progresso (vero, vale a dire morale) che nell’individuo e attraverso l’individuo stesso.
Ma il mondo è fatto di persone che non possono pensare che in comune, in bande
[…].
Ci sono anche persone che non possono divertirsi se non in truppa. Il vero eroe si diverte da solo.

Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, IX, 15

Angoscia è vedere scivolare i lampioni nella notte

Angoscia è veder scivolare via i lampioni nella notte. Capire di aver perduto il tempo e di conservare solo i ricordi del fallimento. Ma il ricordo che vive nella mente è frammentario, presente e mai passato: la scrittura testimonia il passato del fallimento, l’esorcismo del fallimento, da quel punto in avanti il fallimento diventa coscienza del passato e proseguimento della propria ricerca nel presente.

Nietzsche

[…] Prego il mio orgoglio di seguire sempre la mia intelligenza!
E se un giorno la mia intelligenza mi abbandonerà – ahimé le piace fuggir via! – possa almeno il mio orgoglio volar via con la mia follia!
[…]
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, p. 19

Incipit per un romanzo?

La difficoltà nel restare sani è rimanere imperturbabili al mondo. Accadono tante cose per cui un uomo non è in grado di sopportarne il peso con il cuore e con la ragione. Avvenimenti insignificanti e importanti vengono a cercare chi decida di uscire allo scoperto e osare, ma il rischio che esso comporta è di ferire il proprio orgoglio. In che modo egli potesse conciliare il rischio con l’orgoglio era un dilemma molto vecchio, quasi abitasse il suo petto fin da piccolino. Il rischio è umano, ci fa sentire vivi e meno formiche, ma altrettanto umana era la sua paura di sbagliare, di dare di sé un’impressione falsata di fronte a una persona alla quale invece vorrebbe dire tutto. Il rapporto con le persone gli sembrava una scalata di parapendio, estremamente difficoltosa e fisica da affrontare, con l’obbligo di scoprirsi in qualche modo, mentre non lo desiderava affatto: pochi affetti, ma veri. Ecco, forse era una sorta di verità che egli cercava continuamente, o perlomeno un’onestà nelle persone e negli oggetti. Una lenta rincorsa a un traguardo solo percepito come tale ma non come quale. Il desiderio di aprirsi totalmente a volte gli appariva così necessario nel momento di un incontro folgorante, inatteso, che però cedeva inevitabilmente il passo a quella maschera che in società funzionava bene. E in quei momenti non riusciva bene a capire chi fosse, non perché non si sentisse se stesso – perché la maschera era parte di se stesso – ma perché non ce la faceva a tenere separate le due metà del suo cuore fragilmente in equilibrio. Recitare un ruolo confondendo le parti, nessuna identità, solo superficie e atteggiamenti e parole replicate in chissà quante occasioni. Come un attore schizofrenico che salta da un personaggio all’altro, lui non riusciva ad allacciare un rapporto serio che non gli costasse anni di fiducia e dimostrazioni. Spesso si sentiva stringere il collo dalla fatica interiore che provava ogni giorno. La testa fatta per pensare è la testa di un folle.

08/08/07

Fischli & Weiss - Final part of "Der rechte Weg"



Ho visto da qualche giorno la mostra di Fischli&Weiss a Zuerich.
Stupenda, li conoscevo poco e presto scriverò un pezzo su di loro.