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20/11/07

[pensare]

Come qualcuno sa, me la spasso a Berlino, anche se il mio dovere principale (accidenti quant'è morale questa locuzione) è di fare la tesi su un argomento in fieri che riguarda l'arte della DDR. Le mie ricerche sono all'inizio -ovviamente, vista la mia ben nota dimistichezza con il tedesco- ma mi sto immergendo nel clima culturale del dopoguerra e sull'ambiguo e acrobatico rapporto tra arte e politica in quegli anni così difficili, tra il martello -e la falce- dell'Unione Sovietica e l'incudine dell'Occidente. Quindi è estremamente interessante il ruolo che nel periodo in questione hanno gli intellettuali nei confronti della politica, o meglio, del potere: per cui scrivo qualche breve riflessione.
Il rapporto dell'intellettuale con il potere è spesso ambiguo. Perché egli, pur pensando una cosa, ne dice un'altra, per non perdere di legittimità di fronte al potere che lo mantiene. Una versione moderna del cortigiano, insomma, che ha bisogno del potere per vivere -perché la sua attività è materialisticamente inutile rispetto alla società-; e il potere ha bisogno dell'intellettuale per legittimare se stesso alla società. Sembra un paradosso, ma solo all'apparenza: la società stima l'intellettuale, perché crea pensiero; ma non lo può sostenere economicamente, perché la sua merce non è propriamente quantificabile in termini di scambio. Così l'intellettuale deve rivolgersi al potere, cioè agli apparati che detengono il potere (partito, giornale, televisione, sindacato, magistratura, corporazione, etc.). Il potere lo mantiene perché si deve legittimare di fronte alla società e non può non esigere un prezzo. È il prezzo con cui l'etica dell'intellettuale deve giocare. Ad alto rischio, però. Perché si gioca la sua libertà.
PS: l'intellettuale appartiene per definizione a un'élite -di pensiero, diciamo rozzamente, perché utilizza il tempo libero o tutto il suo tempo per riflettere e realizzare un prodotto della creatività) non di tipo strettamente economico. E il tavolo del confronto riceve solo commensali d'élite. Riflessione pessimistica o cinica?
Consiglio un testo fondamentale al riguardo: Zygmunt Bauman, La decadenza degli intellettuali, Torino, Bollati Borlinghieri, 2007; e un libricino di Jean-Paul Sartre, di cui però non ricordo la bibliografia perché l'ho lasciato a Ravenna.