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30/01/09

[pensare]

La provincialità nell'arte non paga. Almeno non fa bella figura. Come ogni campo dell'esistenza umana oggi, ognuno si sente in grado di esprimere un'opinione. E ciò è sbagliato, formalmente e sostanzialmente. Primo, perché "ognuno" non è in grado di scrivere; secondo perché "ognuno" non è in grado di esprimere un senso compiuto. Perché non è possibile, come una volta, lasciare a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio?

20/09/08

[pensare]

Normalmente penso e scrivo con il phon acceso. E musica in sottofondo. Mi isola più del silenzio. Trovo triste il silenzio e ascoltare la musica, banale.

Credevo che più arte avrei visto, più ne avrei goduto. Sbagliato: vedere più arte ti serve per capire quella poca arte che vale la pena di vedere.

La cultura non paga, dovrei cominciare a pensare a un altro lavoro.

21/07/08

[pensare]

La politica non deve occuparsi di cultura. Fare cultura è di per sé un atto politico.

03/02/08

[pensare]


La danza! Che catarsi insospettata: il sudore si accompagna a un movimento sinuoso quanto sincopato. Cioè, ok, io scrivo per scrivere, perché la serata in disco non offre nient'altro che se stessa. È l'apoteosi dell'oggetto, del nulla che non trasmette altro che il divertimento che normalmente trasmette. La discoteca è il grado zero della letteratura.

30/01/08

[pensare]

L’epoca moderna –dalla Rivoluzione Francese in poi- ci ha consegnato l’idea morale della politica e dell’opposizione politica come scontro tra il bene e il male. Ma la lotta tra il bene e il male è qualcosa che va oltre il semplice operare umano. La politica ha fatto abdicare l’etica per la morale e oggi che neppure la morale c’è più, esiste solo la politica della sopravvivenza. Di chi siede in alto ovviamente. Chiedere moralità in politica è un controsenso buono per riempirsi la bocca di parole sagge e per appellarsi a un concetto esterno a sé. Quando richiedere etica significherebbe troppo: guardare a se stessi, per esempio.

23/01/08

[pensare]

Quando si tenta un’analisi critica del percorso di un artista, credo che l’errore più grande, nonostante o grazie alla sua necessità, sia una considerazione di tipo storico. Se certo da una parte sia positivo e rivelatorio conoscere il susseguirsi cronologico dei processi e dei prodotti, affidarsi eccessivamente a una sequenza temporale rischia di ottenebrare i contenuti di verità all’interno delle singole opere, che sono poi ciò che ci rimangono. Perché se c’è un campo che si presta meno a questo approccio, se vogliamo dare giudizi di valore, è proprio quello artistico: nessun percorso quanto quello di un artista necessita la linfa vitale dello sbaglio e del dubbio. Altrimenti ci troveremmo davanti a un professionista e, nonostante gli entusiasti del libero scambio possano storcere il naso, per un artista il dubbio è infinitamente più salutare rispetto a qualsiasi altra categoria professionale. L’opera d’arte è un’epifania, è una rivelazione anche allo stesso che l’ha prodotta, perché raggiunge un’unitarietà di mezzi e contenuti più per un’alchimia che per un’operazione scientifica. In qualche modo è assemblabile alla filosofia, non secondo un rapporto di competizione o presunta superiorità dell’una o dell’altra, bensì come capacità di illuminazione: il genio non si manifesta tanto nell’uomo quanto nell’oggetto e non tutte le opere sono geniali, così come la successiva non sarà forzatamente migliore della prima.
D’altra parte è utile alla critica elaborare un percorso concettuale e individuare la matrice di un percorso: da quella sarà possibile giungere a un giudizio di valore particolare.

Quando si compie un atto creativo non basta farsi sostenere dalle intuizioni, ma occorre che esso abbia un senso effettivo di compiutezza. Perciò un artista è anche necessariamente un critico: non certo nel senso comune del termine di chi commenta e penetra l’opera attraverso la parola scritta, bensì nel senso di un’autoriflessione sul proprio prodotto attraverso la sua continua rilettura. Baudelaire scriveva che occorreva essere un grande critico per essere un grande poeta, perché ogni grande poeta era posseduto dallo spirito critico. Discorso circolare e convincente che sarà ripetuto in maniera concettualmente analoga da Wilde nel suo dialogo del Critico come artista. L’importante è scindere l’ambito della critica come operato letterario da quello della critica come facoltà dello spirito.

14/01/08

Emmanuel Lévinas


Riguardo a una questione sollevata da una persona a me cara.

La giustizia è sempre revisione della giustizia e attesa di una giustizia migliore. [1]

Ovviamente Lévinas parla per termini astratti, e questo si può applicare anche ai grandi termini astratti del nostro bistrattato umanesimo (Bene, Felicità, Verità, Giustizia). Sono termini che non sappiamo definire se non per antitesi al loro contrario. Un contrario (Male, Infelicità, Apparenza, Ingiustizia) che noi conosciamo bene perché lo viviamo ogni giorno. Il nostro spirito critico è quotidianamente solleticato da ciò che non va in funzione di qualcosa che invece andrebbe: è la nostra aspirazione di uomini più o meno liberi (infatti anche la nostra Libertà è in funzione di una nostra percezione di Schiavitù). Io in quanto uomo dunque so cosa sia il Tempo anche se non so spiegarlo [S. Agostino o S. Tommaso non ricordo]. E questo non è che lo stesso aforisma di Lévinas. Bene o Felicità non sono altro che definizioni per difetto di ciò che conosciamo bene e che sopportiamo. Mi riesce difficile pensare a questi termini e poi definirne l'opposto. Molto più semplice e dannatamente filosofico l'altro versante. Certo, a meno che non si abbia la fede, e allora quello è un campo dove ancora mi trovo straniero, umanamente straniero! D'altro canto il termine centrale ritengo essere invece Speranza, perché laddove decadesse, ogni nostra buona e forte determinazione andrebbe incontro a un destino amaro di oblìo e decadenza. Credo che la vita oscilli tra questi due archetipi -ying e yang-, Rassegnazione e Speranza; e il delicato equilibrio tra le due determinano la nostra fragile esistenza. A questo punto sono d'accordo con Pascal, che diceva che tra credere o non credere fosse meglio il primo. Sperare è meglio che rassegnarsi. A meno di non godere di un lauto assegno mensile.

[1] E. Lévinas, L'io e la totalità, in Tra noi. Saggi sul pensare-all'altro, Jaca Book, Milano, 1998, p. 231

Ogni definizione è per assenza. Poichè non conosciamo che enti parziali -cioé del mondo- gli enti assoluti sono per noi inconoscibili se non definiti per ciò che non sono gli enti parziali. Per conoscere il Bene, occore partire dal Male e meglio ancora dal Male ospite nel nostro cuore.
Sembra un'operazione matematica, ma questo è il paradosso della filosofia. Spicciola.

09/01/08

L'Abisso

Ieri mi sono mosso di un passo, di lato. E mi sono leggermente sporto. Ho guardato nell'abisso e ho provato orrore. Allora ho fatto un passo indietro e mi sono accontentato della paura.

Ok. Siamo tutti d’accordo che l’uomo vive su una landa desolata. Ce l’hanno insegnato al liceo e forse, nonostante il secolo che passa dalla materia al professore, non è così fuori luogo. Che la contemporaneità vada a farsi fottere. Ma la landa desolata è innanzitutto un luogo interiore, una dimensione altra che dia soddisfazioni se ben addestrata. La maggior parte dei luoghi interiori in realtà è già ben addestrata grazie ai consigli che vengono dalla TV: e non dalle pubblicità che anche un bambino cerebroleso potrebbe decifrare senza leggere l’introduzione a un banale manuale di tecnica di comunicazione di massa, ma dai quei programmi che, infarciti di problemi esistenziali fondamentali come la dieta di Carla Bruni (grazie al pluralismo del giornalismo italiano sappiamo quante volte ella ha cagato nel suo viaggio presidenziale egiziano) riempiono i pomeriggi delle reti TuttoSet o TuttoSat –quando scopri che il satellite non ti dà le tette arabe vuol dire che proprio tutto è un magna magna.
La landa desolata, come insegna uno dei maestri, anche se non lo voleva essere, della modernità –Thomas S. Eliot- alberga in ognuno di noi. E allora, quatti quatti, viaggiamo con la nostra psiche su giù, a destra e in largo, per questa landa desolata che non è altro che la trasposizione del mondo su di noi, come per un filtro d'aspirapolvere.
A un certo punto, però, viene il problema dell’anima, un problema che io credo debba essere quello di ogni uomo su questa terra e non solo, e il suo mistero. La cosa splendida e buffa allo stesso tempo è che questo mistero è mio e basta. Allora mi sono avvicinato a un burrone e mi sono sporto. E non ho visto il fondo: era buio, di un’oscurità che prosciuga il sudore e l’intenzione. Ho visto il mio orrore. Mio, personale, agghiacciante per me perché esso è rivelatore. Un orrore troppo personale o noioso da raccontare, ma non importa che il simbolo. Ho visto il mio orrore. Orrore non significa vedere corpi nudi sventrati o armate di ragni giganti. Orrore significa confrontarsi con chi siamo e con chi le convenzioni non vogliono che siamo. È il solito tema di Narciso de-pop-izzato. La cultura pop ha normalizzato tutto: perfino il cappello di Indiana Jones.
Noi siamo un buio. Un buio denso e carico di significati comprensibili solo a noi in due modi: o dallo strizza cervelli –soldi spesi bene- o da noi stessi, con l’autoanalisi –tempo speso bene-. Dipende quanto vogliamo essere efficienti: in tempo o denaro. Io preferisco usare il mio tempo, perché il tempo è inalienabile e prezioso e non voglio pagare nessuno per usare il mio tempo.
Dunque io guardo da solo oltre il bordo del mio burrone, del mio abisso: e vedo me stesso nella nudità spaventosa e terribile della verità. Allora faccio un passo indietro, e mi accontento della paura.

11/12/07

[pensare]

Credo di essere un idealista, un sognatore, che non riesce mai a pensare alle cose senza l’aggettivo grande: grande arte, grande giustizia, grande amore, grande grandezza. Allo stesso tempo credo di essere un fatalista con una buona –e grande- dose di cinismo, per cui ogni segno della vita è ricondotto all’alveo di un destino. Come chiamarla questa dicotomia? Un idealista direbbe schizofrenia o dissociazione; un fatalista la chiamerebbe ipocrisia.

10/12/07

Avanguardia contemporanea?


Il paradosso dell'avanguardia è [...] di accogliere il successo come una dimostrazione di sconfitta, e la sconfitta come la riprova della bontà della propria causa. Se l'avanguardia soffre per la mancanza di riconoscimento sociale, la popolarità e l'applauso la fanno soffrire molto di più. Accade dunque che essa misuri la giustezza delle sue ragioni, e la radicalità del progresso ottenuto, con la profondità della sua solitudine e con l'intensità dell'avversione di quanti aveva giurato di convertire. Quanto più l'avanguardia è calunniata e infamata, tanto più è certa della sua causa. [...]
Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità, Mondadori, p. 109

Il classico paradosso dell'arte contemporanea, paradosso che poi non è tale se confrontiamo diversi punti di vista. Prendiamo per esempio il pdv del pubblico: quando mai il pubblico è stato dalla parte degli artisti? Parliamo di arte moderna, cioè diciamo dal Salon des Refusées di Courbet in poi. Poco, veramente poco: l'arte moderna è andata avanti sempre per il riconoscimento dell'élite dell'epoca, il pubblico ha sempre avuto ben scarsa rilevanza, perché quando un uomo si eleva sulla massa è sempre visto con antipatia perché egli non manca di sottolineare la disparità di prospettiva. (Io credo che nella storia dell'arte precedente questo non accadesse più di tanto perché c'era un collante sociale e culturale condiviso da tutti, il cristianesimo). In parole povere l'artista "d'avanguardia" è rigettato perché tenta di dare soluzioni -o dubbi- a problematiche formali e concettuali che il pubblico non avverte.
Dunque parliamo del pdv dell'èlite: essa è sempre stata, frangia più frangia meno, dalla parte dell'arte d'avanguardia. Il problema forse è che si è sempre trattato di un'élite d'avanguardia essa stessa, ma è stata senza dubbio quella che ha prevalso nel dibattito culturale. Dunque l'equazione torna abbastanza nei termini posti da Bauman, anche se più sfaccettati.
Il vero problema interpretativo avviene dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il primato artistico -e d'avanguardia- passa definitivamente da Parigi a New York. Allorché l'avanguardia passa gradualmente a statuto di sistema e negli anni di esplosione pop a statuto hype. Il sistema culturale ed economico USA ha sbaragliato ogni concezione della cultura che si aveva in Europa, generando un'esplosione di avanguardia -o avanguardismo in una prospettiva storica- che piano piano ha svuotato la questione della forma nel puro concetto (con Kosuth e il suo statement Art as Idea as Idea). A questo punto diciamo che è entrata in crisi l'idea di avanguardia, a livello superficiale però. Con l'ironia rivoluzionaria della postmodernità si è arrivati alla piena accettazione del valore di mercato. Per il quale tutto ciò che è nuovo è mercificabile. La sfida contemporanea è scindere ciò che veramente è nuovo e ciò che lo è con la patina del design. In definitiva oggi il problema risede in ciò che ha successo e ciò che non lo ha: e l'élite ormai è talmente allargata -per via del fascino glamour che l'arte contemporanea sta avendo- che neppure essa è in grado di decidere ampiamente ciò che c'è di avangurdia o ciò che non lo è. Per questo esiste tutto un rigurgito di tradizionalismo difficile da inquadrare. L'ora di un nuovo pensiero d'avangurdia è arrivato o forse -questo è il mio dilemma- non è mai passato: basta avere gli occhi aperti e la mente lucida per guardare e non accontentarsi dello stilema avanguardia=insuccesso. Probabilmente l'avanguardia contemporanea risede nell'uno e nell'altro campo, l'importante è non avere né le orecchia da mercante né quelle da anti-mercante.

07/12/07

[pensare]

Credo che fondamentalmente la conoscenza si attui in maniera molto semplice: da una parte ci sono gli input esterni che filtrano nel nostro corpo, nella nostra mente e nella nostra sensibilità; dall’altra ci sono quei pensieri che nascono dentro il proprio io, grazie alla nostra capacità di astrazione. E ovviamente si tratta di due facoltà non scindibili, ma che si integrano e si accavallano l’un l’altra. Per dirla rozzamente è come se contemplassimo contemporaneamente la tabula rasa di Aristotele e il mondo delle Idee di Platone. Il bello è che non possiamo dare maggiore fiducia all’una o all’altra: sarebbe un suicidio intellettuale ed espressivo. L’importante è che ci ricordiamo che il nostro sapere non proviene solamente da una tradizionale capacità di apprendimento, il che è vuoto e impagliato senza quel demone –parola demodè ma così carica di fascino- che spinge cuore e mente sempre in avanti, a non accontentarsi mai del dato, a cercare una ragione dentro a noi stessi.

20/11/07

[pensare]

Come qualcuno sa, me la spasso a Berlino, anche se il mio dovere principale (accidenti quant'è morale questa locuzione) è di fare la tesi su un argomento in fieri che riguarda l'arte della DDR. Le mie ricerche sono all'inizio -ovviamente, vista la mia ben nota dimistichezza con il tedesco- ma mi sto immergendo nel clima culturale del dopoguerra e sull'ambiguo e acrobatico rapporto tra arte e politica in quegli anni così difficili, tra il martello -e la falce- dell'Unione Sovietica e l'incudine dell'Occidente. Quindi è estremamente interessante il ruolo che nel periodo in questione hanno gli intellettuali nei confronti della politica, o meglio, del potere: per cui scrivo qualche breve riflessione.
Il rapporto dell'intellettuale con il potere è spesso ambiguo. Perché egli, pur pensando una cosa, ne dice un'altra, per non perdere di legittimità di fronte al potere che lo mantiene. Una versione moderna del cortigiano, insomma, che ha bisogno del potere per vivere -perché la sua attività è materialisticamente inutile rispetto alla società-; e il potere ha bisogno dell'intellettuale per legittimare se stesso alla società. Sembra un paradosso, ma solo all'apparenza: la società stima l'intellettuale, perché crea pensiero; ma non lo può sostenere economicamente, perché la sua merce non è propriamente quantificabile in termini di scambio. Così l'intellettuale deve rivolgersi al potere, cioè agli apparati che detengono il potere (partito, giornale, televisione, sindacato, magistratura, corporazione, etc.). Il potere lo mantiene perché si deve legittimare di fronte alla società e non può non esigere un prezzo. È il prezzo con cui l'etica dell'intellettuale deve giocare. Ad alto rischio, però. Perché si gioca la sua libertà.
PS: l'intellettuale appartiene per definizione a un'élite -di pensiero, diciamo rozzamente, perché utilizza il tempo libero o tutto il suo tempo per riflettere e realizzare un prodotto della creatività) non di tipo strettamente economico. E il tavolo del confronto riceve solo commensali d'élite. Riflessione pessimistica o cinica?
Consiglio un testo fondamentale al riguardo: Zygmunt Bauman, La decadenza degli intellettuali, Torino, Bollati Borlinghieri, 2007; e un libricino di Jean-Paul Sartre, di cui però non ricordo la bibliografia perché l'ho lasciato a Ravenna.

17/11/07

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Per vedere quale sottobosco esista nella scena artistica contemporanea, basta leggersi con gusto il forum di Exibart: non pensavo possibile potesse trovare ospitalità tanta summa del luogo comune italico. Tanti entusiasti del pennello pronti a denigrare il sistema tanto pronti a saltare su un carro qualsiasi per ottenere visibilità. Forse il guaio dell'arte del nostro Belpaese è che i cosiddetti artisti non hanno ancora capito la differenza tra professionismo e dilettantismo. Il dilettantismo è un'occupazione nobilissima, di colui che nella vita quotidiana fa ciò che deve fare e che nel tempo libero si dedica alla creatività. Quella creatività che, tra sofferenze fisiche immani, affrontano i professionisti finché non giunga il giorno tanto atteso in cui il proprio lavoro viene riconosciuto e comincia a fruttare soldini. Perché non c'è niente di più assurdo di un "artista" che se ne stia in chiuso in studio a "creare". Cosa significa? Forse la letteratura pop su Van Gogh continua a eccitare le menti confuse, in perenne attesa che un critico o un gallerista visiti il suo studio. Ma se egli se ne sta rinchiuso, quale speranza potrà mai avere? Fare l'artista non differsice dal fare qualsiasi altra professione, se ci si vuole affermare. Certo, i contenuti sono grandi, profondi, disturbanti, ma se non mi faccio vedere, sentire, se non rompo le balle insomma, cosa diamine mi aspetto dal "sistema"? Perché il sistema esiste - ci mancherebbe altro - ed è il sistema più bello tra quelli contemporanei, perché si tratta di quello più aperto. Io artista, critico, curatore (i livelli infimi del sistema) so che se ciò che penso, faccio e dico ha un valore, esso verrà almeno riconosciuto da qualcuno. Basta alzare la voce. E se non piace, un qualche esamino di coscienza me lo farei, piuttosto che vivere d'invidie cancerogene. La vita è una costante ricerca del limite, ma il proprio limite si scontra per necessità con il limite degli altri e allora è in questo limbo ambiguo che la propria coscienza si risveglia: qual è il mio limite? Sono in grado di andare sempre e sempre avanti? La critica di un artista deve essere in prima istanza un’autocritica, ma essa è impossibile senza un confronto diretto con chi si stima e con chi, pur non stimando, siede più in alto di noi. Dunque piantiamola con i piagnistei italici e finiamola con questa pittoresca vangoghizzazione dell'arte (vangoghizzazione pop ovviamente, perché Van Gogh era tutt'altro che fuori dal sistema dell'arte a lui contemporaneo).
Dunque mi rivolgo ai giovani artisti: parafrasando Baudelaire, non è il buon pittore che fa un grande artista. Il grande artista è, e la sua grandezza si afferma tramite il giudizio degli altri – ci mancherebbe che l’opera d’arte non si sottoponesse al giudizio! – e se lo è sarà per forza un buon pittore. Dunque rifuggiamo insieme la dialettica tecnica-arte e abbracciamo quella arte-tecnica: Michelangelo non è stato un grande artista perchè dipingeva e scolpiva bene; è stato un grande artista e punto: perciò ha disegnato e scolpito in maniera sublime. Prima l’arte – che è mentale e sopraffina – e poi la tecnica verrà di conseguenza.
PS: mi sembra un discorso talmente stupido da fare, e talmente ovvio, che mi stupisco di me: ma, essendo questo un blog pubblico e probabilmente i pochi che lo seguono sono artisti, mi sembrava giusto puntualizzare una cosetta.

[...] Ma un grande pittore è per forza un buon pittore, in quanto l'immaginazione universale include l'intelligenza di tutti i mezzi e il desiderio di acquisirli. [...]
Charles Baudelaire, L'opera e la vita di Eugène Delacroix

[pensare]

Occorre levare alla gente la sua cultura artistica d’ancient regime, cioè della Scuola Italiana Superiore. Per la quale la Storia dell’Arte è una Storia della Tecnica e del Pennello o dello Scalpello. Quindi sì Picasso è bravo, ma gli Impressionisti sono meglio. Gli Impressionisti si meritano un pubblico senza immaginazione.

11/11/07

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Spesso mi si chiede come si sta a Berlino. Facile immaginarlo. Un'altra cosa è viverci. Berlino in fondo non è niente di che, se non si ha bisogno di qualcosa. La vita quotidiana si dipana tra la Biblioteca Nazionale, dove conduco la mia affannosa ricerca in funzione di un traguardo così lontano quanto soddisfacente (fatela voi una tesi specialistica su testi in tedesco!) alternata a visite periodiche a mostre di arte contemporanea: una vita strutturalmente simile a quella che già conducevo. Non è l'anima di un uomo che si fa padrone dello spazio, sono anima e spazio insieme che si trovano, come amanti perfetti che mai si sono conosciuti: se la struttura può essere vera ovunque, sono i piccoli particolari, i cortocircuiti, le dissonanze, i fuoritempo a renderla magica e aperta. L'anima di un uomo non cambia rispetto a dove sta: l'anima cerca il posto dove vuole stare. E questo posto, manco a dirlo, è dove sto.
Certo qui la disoccupazione è alta e trovare un lavoro è come un tiro al bersaglio, ma queste cose - fortunatamente - ancora non rappresentano uno scoglio insormontabile, visto il mio statuto di studente e la benevolenza del babbo. Ci penserò tra qualche mesetto. Però qui esiste la Possibilità. Un concetto labile quanto necessario per un giovane che se la intende con la creatività. Per chi scrive (cioè uno scrittore) è un tiro alla fune dove dall'altra parte c'è Schwarzenegger, cioé il tedesco dei libri di scuola. Un viaggio faticoso dunque nella parola, anche se tutt'intorno regna il nuovo: il nuovo brutto come il nuovo bello. Ed è entusiasmante aggirarsi tra questi segni indefinibili, accessibili e inaccessibili allo stesso tempo. Dunque io rimango quello che sono; non è che forse l'Eden che tanto cercavo, non l'abbia già trovato? Basta la qualità, un concetto che da dove vengo permane una chimera d'antan.

06/11/07

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Stranamente il commento a un'opera d'arte risulta sempre un'operazione scomoda: come far risaltare attraverso la parola scritta ciò che in maniera così alta è stato fatto con le immagini? Da una parte è pericoloso scivolare verso un racconto descrittivo che non risulterebbe altro che un'inutile laccata; dall'altra c'è il rischio di innalzarsi a discorsi eccessivamente teorici - tanto da sfiorare la metafisica - che potrà andare anche andare bene per un saggio, ma che risulta noioso in uno scritto di critica d'arte. Allora il critico si trova ancora in quella ca**o di posizione dell'acrobata sul filo, condannato a starci, su quel filo. Dove non può andare nè indietro nè avanti, e il suo equilibrio gli viene dato dalla sua ricerca interiore, dalla sua fatica fisica nella scrittura e dal non lasciare troppo spazio all'immaginazione castrante. L'opera gli sta davanti, e il suo sforzo risiede nel guardarla e mantenere l'equilibrio allo stesso tempo.

27/10/07

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Lasciare gli occhi percorrere binari paralleli nella notte. A che pro? Non lo so, non conosco la direzione, non conosco il conducente, ma non lo conosce nessuno, questo demiurgo. Solo il ricordo che emerge tra le pieghe della birra risveglia la mente dal mal di testa che l'attanaglia. Cazzo che mal di testa: credo che sia il freddo maledetto di fine ottobre. La prossima volta che esco me ne frego dei consigli di mamma oltralpe e mi porto la berretta.
Respiro il sudore delle macchine e delle persone. Tutto mi circonda in un circo linguistico. Nessuna direzione in una babele contemporanea. Oppure una direzione impazzita sotto la regia di nessuno. Il risultato è identitco e quasi patetico.
I giovani accorrono al loro appuntamento metallico, anche se il tempo non sembra importante. Il ristoro è lontano, la quiete ospedaliera dista ancora mezz'ora, nella migliore delle ipotesi. Non credo che mi sveglierò facilmente domani, ma comunque è una cosa che non mi riesce mai. Vorrei solo chiudere gli occhi su una notte pallida, come una storia sbiadita d'agosto. Come un cappotto liso che nessuno ha portato. Come una fascia su cui nessuno ha sudato. Svegliatemi domani - anzi oggi - perché il tempo non è finito in questo quiz quotidiano.

25/10/07

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L'unica cosa che ci distingue dagli animali è la coscienza della debolezza, che in fondo non è altro che il sentimento vago della finitudine e del limite.
Diciamo che la coscienza della debolezza è l'anticamera della coscienza della morte, che è il limite ultimo.

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C'è assenza e assenza.
C'è un'assenza che sospende il giudizio e c'è un'assenza che lascia la traccia di una possibile definizione e di un punto di vista determinato.
La seconda risulta di gran lunga preferibile, e moderna.

22/10/07

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L'occhio diventa cieco, inconsapevole al mondo, come una perla bianca. Ma questa perla che vela la vista delle strade, delle persone, degli edifici, dei lampioni, delle insegne, dei libri mi parla di una finta cecità, di un vedere che allo stesso tempo è un non-vedere. Se levassi gli occhiali vedrei le stesse cose, allo stesso modo. È questa ambiguità che mi impedisce di procedere a tentoni, perché realmente cieco non sono. E allora procedo tra forme diafane, non riuscendo mai a cogliere il senso della realtà. Come se le mie mani non possedessero il tatto, il naso l'olfatto, le orecchia l'udito. È la vista, lei, la protagonista; e quando si spalanca, sull'oggetto perfetto di un uomo, la gioia del vedere diventa la gioia del guardare. Ammutolita, la bocca non emette che un sibilo per esprimere in un solo suono l'Attimo effimero dello stupore. Che organo incredibile l'occhio! Tanto è arduo da amministrare.