
I biglietti per le prime visioni sono praticamente esauriti, ma non me ne dispiaccio, perché la Berlinale offre ben altro. Come l'Orso alla Carriera a Francesco Rosi. E la manifestazione gli dedica un hommage con il meglio della sua produzione: stasera Lucky Luciano (1973) con un glaciale Gian Maria Volontè. Storia di mafia e di connivenza politica ancora duro oggi, proprio lì a ricordare -se ce ne fosse bisogno, ma ancora è così- che certi retaggi sono antropologici non solo in Italia, ma all'interno della stessa struttura di potere in generale. L'attualità del film emerge non solo nel tema, ma anche nei piccoli dettagli e nelle apparentemente insignificanti battute. Ma se si pensa che alla sceneggiatura hanno collaborato, oltre a Rosi e Tonino Guerra, un giornalista di lungo corso come Lino Jannuzzi, si capisce come l'Italia sia perennemente la terra del Gattopardo, e probabilmente non solo: sconsolatamente -anche dal punto di vista registico- quando il capo del Narcotic Bureau parafrasa al suo sottoposto, l'agente Siragusa, la famosa massima del "che tutto cambi affinché nulla cambi". Ma è la reazione sarcastica della sala a fare più male, quando Rod Steiger -un picciotto italoamericano doppiogiochista-, in visita a Napoli a Charlie "Lucky" Luciano, sbotta infastidito sui rifiuti a ogni angolo della strada. Questa è la folgorazione, per ogni italiano presente, sul vizio italico, quel vizio che tentiamo di scordare solo cercando di scappare dalla nostra terra. Sentimento amaro proprio perché cosciente.
La forza del film sta nel suo taglio quasi giornalistico, tagliente quanto crudo nel delineare i rapporti tra gli individui nella maglia del potere. Nell'evidenziare come, quando si parla di mafia, non si può separare il buono dal cattivo, perché il potere è necessariamente un compromesso. Lo stile è ben lontano da Coppola -il grande affresco- o Scorsese -il frammento nichilistico-, ma ci riporta giù, alla bassa materia non romanzata, fatta di nude ovvietà che il fumo degli ideali distrae il semplice individuo.
Alla fine Luciano diventa grande di fronte al piccolo procuratore, che lo vuole inchiodare per obbligare il boss a favorirlo nella carriera: dalla sua bocca non esce che sprezzo verso quella politica -tutta la politica- che alla fine ha sempre bisogno dei delinquenti per conservare quel potere che a parole è stato conferito dai cittadini. Chissà perché, la statura morale del capo mafia è sempre più forte di qualsiasi idea di Legge nella cinematografia al riguardo. Fascino del regista o degli sceneggiatori? Assolutamente. Solo la fottuta coscienza che certi rapporti di forza sono più limpidi e meno ipocriti rispetto ai tanti politici che chiedono il nostro voto.
Un magistrale esempio di arte che è scacco della morale. Purtroppo abbiamo davanti agli occhi le nebbie del moralismo.