11/07/09
[pensare]
Perché ricordare il passato? Cosa fa della memoria un tasto fondamentale del nostro essere vivi e, soprattutto, presenti? Ricordare non significa elencare una trafila di dati e concetti che possano essere fruibili in società; ricordare significa tornare a ogni nostra singola madeleine e trarne dei significati. Mi chiedo: come è possibile trarre dei significati da ciò che ci è intorno se prima non è possibile farlo da ciò che ci appartiene veramente, dal nostro essere o, propriamente, dal nostro divenire? Io credo che la fragilità risieda nell'incapacità di fare i conti con i propri limiti. Condizione umanissima. Ma non umanistica, infine. Ricordare significa dare un valore; il ricordare mio significa dare un valore il più universale possibile, come tendente all'infinito, nell'aspirazione di un pover'uomo di lettere. La memoria non è un edificio dove la burocrazia muove le sue efficienti zampe; memoria è eleaborazione del passato, del mio passato, del passato di chi mi incontra e del passato che sfiora la mia linea come una tangente inespressiva. La memoria è costruzione - non ricostruzione, è banale - di un Io, che voglia esistere come un di più, senza saperlo e senza volerlo, pur presupponendo. Perché chi traccia tali pensieri è un ipocrita, colui che, dando un segno, si nasconde nella propria mediocrità.
30/01/09
[pensare]
La provincialità nell'arte non paga. Almeno non fa bella figura. Come ogni campo dell'esistenza umana oggi, ognuno si sente in grado di esprimere un'opinione. E ciò è sbagliato, formalmente e sostanzialmente. Primo, perché "ognuno" non è in grado di scrivere; secondo perché "ognuno" non è in grado di esprimere un senso compiuto. Perché non è possibile, come una volta, lasciare a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio?
07/12/08
[pensare]
Quando scrivo di arte, faccio allo stesso tempo una riflessione sullo stato della scrittura in sé: parlare in direzione critica di un lavoro o di una serie di lavori implica confrontarsi anche con la propria capacità di utilizzare le parole. Riflettere sul significato che voglio dare al segno dunque, meditare sulla necessaria coerenza logica nella corrispondenza tra ciò che appare e viene percepito immediatamente – la parola – e il senso che alla parola lo scrittore vuole dare. Ci sono per esempio termini capitali del pensiero contemporaneo, come spettacolo, modernità nelle sue varie accezioni, ambiguità fino alla politica, intesa nel dualismo anglosassone tra “politics” e “political”.
In un’epoca che ancora troppo vive di relativismi e paure, urge nuovamente e fortemente la necessità di dare significato forte e agonistico alle parole, tentando, per quanto possibile, di districarsi dall’unica struttura che è rimasta forte e condivisa: il mercato. Una struttura che ci avvolge come una coperta troppo corta, ma che allo stesso tempo è ambita, perché non siamo capaci di vedere un’altra possibilità di mera sopravvivenza. Si tratta di imbastire un discorso ancora più forte proprio ora che il mercato – il capitalismo sfrenato di cui stiamo vivendo le sue conseguenze più nefaste e meno democratiche – soffre nella sua legittimità. Allora le voci di chi per anni, più o meno responsabilmente e coscientemente, hanno gridato alla pericolosità del processo in corso, possono ancora dire qualcosa e ripartire finalmente da qualcosa di concreto e non da speculazioni filosofiche di superficiale interpretazione marxista. Riportare la discussione sull’uomo, sui suoi bisogni spirituali e sulle sue aspirazioni – vere e antispettacolari – rappresenta la via principale per la ricostruzione di un nuovo umanesimo che la “democratica” epoca contemporanea occidentale ha tradito, in nome del benessere materiale e dei quindici minuti di celebrità.
Ho però una paura: può la risorgenza di un pensiero umanistico forte e razionale non cadere negli errori del passato recente, nel solco della tradizione razionalista marxista? E in questo, generare nuovi mostri?
clicca qui
In un’epoca che ancora troppo vive di relativismi e paure, urge nuovamente e fortemente la necessità di dare significato forte e agonistico alle parole, tentando, per quanto possibile, di districarsi dall’unica struttura che è rimasta forte e condivisa: il mercato. Una struttura che ci avvolge come una coperta troppo corta, ma che allo stesso tempo è ambita, perché non siamo capaci di vedere un’altra possibilità di mera sopravvivenza. Si tratta di imbastire un discorso ancora più forte proprio ora che il mercato – il capitalismo sfrenato di cui stiamo vivendo le sue conseguenze più nefaste e meno democratiche – soffre nella sua legittimità. Allora le voci di chi per anni, più o meno responsabilmente e coscientemente, hanno gridato alla pericolosità del processo in corso, possono ancora dire qualcosa e ripartire finalmente da qualcosa di concreto e non da speculazioni filosofiche di superficiale interpretazione marxista. Riportare la discussione sull’uomo, sui suoi bisogni spirituali e sulle sue aspirazioni – vere e antispettacolari – rappresenta la via principale per la ricostruzione di un nuovo umanesimo che la “democratica” epoca contemporanea occidentale ha tradito, in nome del benessere materiale e dei quindici minuti di celebrità.
Ho però una paura: può la risorgenza di un pensiero umanistico forte e razionale non cadere negli errori del passato recente, nel solco della tradizione razionalista marxista? E in questo, generare nuovi mostri?
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27/09/08
20/09/08
[pensare]
Normalmente penso e scrivo con il phon acceso. E musica in sottofondo. Mi isola più del silenzio. Trovo triste il silenzio e ascoltare la musica, banale.
Credevo che più arte avrei visto, più ne avrei goduto. Sbagliato: vedere più arte ti serve per capire quella poca arte che vale la pena di vedere.
La cultura non paga, dovrei cominciare a pensare a un altro lavoro.
Credevo che più arte avrei visto, più ne avrei goduto. Sbagliato: vedere più arte ti serve per capire quella poca arte che vale la pena di vedere.
La cultura non paga, dovrei cominciare a pensare a un altro lavoro.
09/09/08
Gallery weekend
12/08/08
[thinkin']

Art - is serving the people, but the people are being led goodness knows where. I want to lead the people to art, not use art to lead them somewhere else. [...] Art must be separate from politics.
Alexander Rodschenko
It is a very important sentence for what I'm researching. I've stated some posts ago that every act of culture is a political act. Now I quote this one by Rodchenko, Russian artist as well as Soviet artist, that seems to reflect the opposite. Or maybe not.
The idea of art as a lead for the people is an innered consequence of marxist-leninist philosophy and praxis. It was a great opportunity for those avanguardist artists who were experimenting so fast new possibilities in artistic language: escaping from their studios and joining a new idea of society in which they should have been the leaders of a new and greater spirit. But we don't have -as belonging to the West- to think that it was a failure of real socialism: the sentence by Rodchenko is still a positive and looking-forward point of view, in which politics has to relate to the power. The contradiction lays into the one between intellect and power. The Soviet artists thought to solve it joining marxism-leninism -believing really in it- misunderstanding that its relation -as Plato's life teach us- is a permanent contradiction.
That's the political sense of art.
A Rodchenko's collage and photography exhibition is taking place at Martin Gropius Bau till August 18 in Berlin.
11/08/08
[suggestions]

on thursday August 14 opening in Bethanien Künstlerhaus
h. 7pm
Mariannenplatz, 2
Berlin
OPEN STUDIOS
+
LIBIA CASTRO/OLAFUR OLAFSSON
+
DANIEL BARROCA
Künstlerhaus Bethanien is one of the most famous and important residency program in Germany and Europe. Along the italian artists, Luca Trevisani had a studio this year. In current residency Christian Niccoli and Patrick Tuttofuoco.
21/07/08
07/06/08
Private Flat #4

Private Flat #4
20 - 21 – 22 giugno 2008
progetto di Meridiano 12
Firenze
Presentazione del progetto 20 giugno 2008, ore 11.00
SESV, Facoltà di Architettura, S. Verdiana, Piazza Ghiberti, 27
Inaugurazione 20 giugno 2008, ore 17.00-21.00
varie sedi*
Quando l’appartamento privato diventa uno spazio per l’arte contemporanea: a Firenze è giunta la quarta edizione di Private Flat, progetto ideato dal gruppo Meridiano 12. Per tre giorni sette appartamenti, disseminati nel tessuto urbano, vengono ripensati e diventano luogo di esposizione per giovani artisti italiani e internazionali. Sette gruppi di curatori elaborano un progetto specifico per ogni cellula, interpretando le diverse possibilità dell’arte contemporanea.
Dopo due anni esatti dalla prima esperienza – era l'8 giugno del 2006 – il progetto Private Flat giunge alla sua quarta edizione in una veste ancora più ampia. Nato dall'idea di ripensare un appartamento in funzione dell'esposizione di lavori di giovani artisti per la durata di un pomeriggio-evento, Private Flat ha visto in questo periodo allargare i propri orizzonti, accompagnarsi a nuove collaborazioni con le energie giovani di Firenze per proporre al pubblico sempre nuove suggestioni.
Sempre più spazi – appartamenti privati, ma anche lo spazio inusuale di uno studio di design – a formare un unico organismo cellulare, composto di diversi gusti e approcci e direzioni nelle pratiche curatoriali e artistiche. L'edizione #4 vede la partecipazione di sette cellule sparse nella città, creando un insolito itinerario nel luogo per eccellenza custode della nostra cultura storica.
Un evento autofinanziato che raccoglie le diverse pratiche artistiche nel ventaglio della cultura contemporanea di artisti nazionali e internazionali in un movimento di apertura nel campo della contaminazione tra spazio pubblico e privato. Un mezzo attraverso cui attuare una strategia di accoglienza nei confronti del visitatore più informale in una tattica di avvicinamento all'arte contemporanea.
Private Flat #4 rimane aperto nel weekend del 20-21-22 giugno 2008, con una presentazione alla stampa e al pubblico alle ore 11 del 20 giugno presso la struttura del SESV nel Plesso di Santa Verdiana – Facoltà di Architettura. A seguire una tavola rotonda con Marco Brizzi, Beniamino Foschini, Pietro Gaglianò, Francesca Sarti; modera Giovanni Bartolozzi. Inaugurazione delle cellule alle ore 17.
Private Flat è un progetto ideato e organizzato dal gruppo Meridiano 12 (Mario Cenci, Matteo Ernandes, Beniamino Foschini, Corrado Furiozzi, Roberto Guidi, Lorenzo Mattioli e Filippo Narduzzi)
*
Private Flat #4.0
via Faenza, 73
a cura di
Beniamino Foschini (Meridiano 12)
Gaia Bartolini
Mario Cenci
Giuseppe De Grazia
Emanuele Fontanesi
Christian Niccoli
Studio ++
Private Flat #4.1
via del Pellegrino, 17R
a cura di
Alessio Bertini + Martino Margheri
Emanuela Ascari
Ruth Fettis
Soledad Garcia
Budhaditya Chattopadhyay + Serena Fanara + Matteo Marangoni
Lorenzo Romano + Giovanni Serafini
Carlos Silva
Guido Speier
Private Flat #4.2
via de' Servi, 9
a cura di
LAb.eilles
Emiliano Baiocchi
Jacopo Degl'Innocenti
Luciano e Vito Mancusi + Michele Cignarale
Mauro Mariotti
Silvia Mazzoli (cartadazucchero)
Mariangela Oliverio + Valerie Jonville
Farhad Orouji
Wooseop Song + Kim Munjung
Marco Zamburru
Private Flat #4.3
via delle Oche, 1
a cura di
Carlotta Castellani + Francesca Guarducci
Samantha Harmon
Stasya Panova
Massimiliano Pruneti
Elma Riza
Serena Salvadori
Private Flat #4.4
via Ghibellina, 45
a cura di
Arduino Di Bella + Alessandro Faleburle
Chiara Burzigotti
Arduino Di Bella
Antonio Fanelli
Mauro Fastelli
Ane Picaza
Augusto Rappuoli
Private Flat #4.5
via del Castellaccio, 2
a cura di
Giacomo Lepri Berluti + Fabio Savino
2b
Abik
Lemeh42
Gian Paride Moretti
Alessandro Rustighi
Private Flat #4.6
via Giotto, 27
a cura di
Lucia Guarino + Serena Trabalza + Claudia Massaccesi + Rita Biconne
Francesco Chiacchio
Programma:
20 giugno 2008
h. 11 Conferenza stampa e presentazione del progetto Private Flat #4
SESV, Facoltà di Architettura di Firenze, Plesso didattico di S. Verdiana, Piazza Ghiberti, 27
a seguire tavola rotonda con Marco Brizzi, Beniamino Foschini, Pietro Gaglianò, Francesca Sarti; modera Giovanni Bartolozzi
h. 17 Inaugurazione di Private Flat #4 in tutti le cellule partecipanti
h. 21 Chiusura spazi
21-22 giugno 2008
h. 11-19 Apertura di tutte le cellule partecipanti
Media partner: Limezine.it
Grazie a SESV, Facoltà di Architettura, Università degli Studi di Firenze
Private Flat #4
Firenze
Progetto Meridiano 12
20 – 21 – 22 giugno 2008
Presentazione 20 giugno 2008, ore 11
Inaugurazione 20 giugno 2008, ore 17-21
Apertura 21-22 giugno 2008, ore 11-19
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Firenze
Progetto Meridiano 12
20 – 21 – 22 giugno 2008
Presentazione 20 giugno 2008, ore 11
Inaugurazione 20 giugno 2008, ore 17-21
Apertura 21-22 giugno 2008, ore 11-19
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18/03/08
benjamin assorbe benjamin
La critica cerca il contenuto di verità di un’opera d’arte, il commentario il suo contenuto reale. Il rapporto fra i due determina quella legge fondamentale della letteratura per cui, quanto più significativo è il contenuto di verità di un’opera, e tanto più strettamente e invisibilmente esso è legato al suo contenuto reale. Se durevoli si rivelano perciò proprio quelle opere la cui verità è più profondamente calata nel loro contenuto reale, nel corso di questa durata gli elementi reali si impongono tanto più nettamente allo sguardo dell’osservatore quanto più si estinguono nel mondo. Ma con ciò contenuto reale e contenuto di verità, uniti nella giovinezza dell’opera, si separano nel corso della sua durata, poiché il secondo continua a restare nascosto, mentre il primo viene alla luce. Sempre più, quindi, per ogni critico successivo, l’interpretazione di ciò che colpisce e stupisce, del contenuto reale, assurge a condizione preliminare. Si può paragonare il critico al paleografo davanti a una pergamena il cui testo sbiadito è ricoperto dai segni di una scrittura più forte che si riferisce ad esso. Come il paleografo deve cominciare dalla lettura di quest’ultima, così il primo atto del critico ha da essere il commento. Di qui gli viene subito un criterio prezioso di giudizio: poichè solo ora e solo così potrà porre il problema critico fondamentale, se la parvenza di un contenuto di verità sia dovuta al contenuto reale, o se la vita del contenuto reale sia dovuta al contenuto di verità. Separandosi nell’opera, essi decidono della sua immortalità. In questo senso la storia delle opere prepara la loro critica, ed è perciò che la distanza storica aumenta la sua autorità. Se si vuole concepire, con una metafora, l’opera in sviluppo nella storia come un rogo, il commentatore gli sta davanti come il chimico, il critico come l’alchimista. Se per il primo legno e cenere sono i soli oggetti della sua analisi, per l’altro solo la fiamma custodisce un segreto: quello della vita. Così il critico cerca la verità la cui fiamma vivente continua ad ardere sui ceppi pesanti del passato e sulla cenere lieve del vissuto.
Benjamin, Walter, “Le affinità elettive”, in Angelus Novus, trad. it. Renato Solmi, Einaudi, Torino, 1995, pp. 163-164
Forse le più belle pagine programmatiche dell’attività critica di fronte all’opera d’arte.
Benjamin, Walter, “Le affinità elettive”, in Angelus Novus, trad. it. Renato Solmi, Einaudi, Torino, 1995, pp. 163-164
Forse le più belle pagine programmatiche dell’attività critica di fronte all’opera d’arte.
20/02/08
58. Internationale Filmfestspiele Berlin [Track 04]
Dimenticavo, volevo anche vedere il docufilm su Wolfgang Tillmans, ma non ho trovato i biglietti (ovviamente perché sono un pigro).
58. Internationale Filmfestspiele Berlin [Track 03]

Incuriosito dal film (uno zombie-gay movie) e dal regista (Bruce LaBruce, scuderia Peres Projects), mi sono fatto l’ultima visione di questa Berlinale, Otto; or, Up With Dead People. A LaBruce piacciono sì gli eccessi, ma soprattutto giocare col cinema: forse qualcuno si ricorda l’opening alla galleria di Javier Peres qui a Berlino l’autunno scorso. Insieme a Terence Koh ha messo in scena il set del bar di Twin Peaks –opera “televisiva”, ma pionieristica di David Lynch-, con annessi bancone, cantante (in questo caso la drag-queen Vagina Davis) e un curioso soppalco al centro della stanza: un piano rialzato e forato in diversi punti. Nascosti alla vista all’inizio, per poi affacciarsi sfacciatamente dopo un paio di birre, alcuni attori porno infilano i loro peni in erezioni nei fori creando un inedito soffitto, “curiose” stalattiti a forma –e sostanza- di fallo. Per il divertimento stupito e forse imbarazzato degli spettatori, ma non certo di Vagina. Questa atmosfera di divertimento trasparente, pornografico, autoaffermativo tipica di certi ambienti omosessuali non emerge nella pellicola presentata in Berlinale. Certo, nel film sono tutti gay, zombie, non-zombie e zombie per fiction, ma tutto viene rappresentato malinconicamente, lasciando intendere che il regista ci vuole raccontare qualcosa di ulteriore rispetto alla storia in sé. Otto è un giovane zombie nella Berlino contemporanea, non ricorda nulla della sua vita, se non qualche frammento. Nel suo peregrinare ciondolante entra in contatto con una regista dark, che lo prende come protagonista del suo film. LaBruce innesca, attraverso l’espediente del cinema nel cinema, una trasfigurazione della realtà, in cui è impossibile separare fiction e mondo reale. La finzione della realizzazione del film nel film si mescola alla percezione dell’esterno e dei frammenti di memoria di Otto, in un discontinuum temporale e spaziale. Un procedere però lento e snervante ed è questo il limite di gran parte delle sperimentazioni tra cinema e arte visiva: la perdita della tempistica serrata e significazionale del cinema (per esempio in Memento) in funzione di un discorso più essenziale. Ma in un periodo storico in cui queste due “categorie” spesso si confrontano, spostando limiti e confini –pensiamo ai progetti di Matthew Barney e Stan Douglas, ma anche a Werner Herzog e David Lynch, ai quali recentemente sono state dedicate mostre in sedi dedicate all’arte visiva- esempi come Otto contribuiscono ad approfondire una lettura interdisciplinare ancora in divenire.
Se lo zombie movie “classico” identifica metaforicamente i non-morti come la cattiva società conformista che tende ad aggredire l’individuo (significativo che il finale del film di Romero sia ambientato in uno shopping mall), Otto incarna (!) la condizione esistenziale di chi non si sente accettato dagli altri, di chi è pieno di illusioni evanescenti, alla costante ricerca di un’identità che non trova spazio neanche nella comunità dark fatta di clichè e di estetismo parodico. Tanto da suggerire che per Otto sia una scelta essere un non-morto in una società di vivi, come per il pirandelliano Moscarda essere pazzo in una società di savi. Il bisogno di trasgredire le regole non significa solo l’emergenza delle proprie azioni, ma soprattutto la ricerca di sé a prescindere, un cammino che noi tutti, come Otto, possiamo intraprendere solo in navigazione solitaria.
14/02/08
58. Internationale Filmfestspiele Berlin [Track 02]

I biglietti per le prime visioni sono praticamente esauriti, ma non me ne dispiaccio, perché la Berlinale offre ben altro. Come l'Orso alla Carriera a Francesco Rosi. E la manifestazione gli dedica un hommage con il meglio della sua produzione: stasera Lucky Luciano (1973) con un glaciale Gian Maria Volontè. Storia di mafia e di connivenza politica ancora duro oggi, proprio lì a ricordare -se ce ne fosse bisogno, ma ancora è così- che certi retaggi sono antropologici non solo in Italia, ma all'interno della stessa struttura di potere in generale. L'attualità del film emerge non solo nel tema, ma anche nei piccoli dettagli e nelle apparentemente insignificanti battute. Ma se si pensa che alla sceneggiatura hanno collaborato, oltre a Rosi e Tonino Guerra, un giornalista di lungo corso come Lino Jannuzzi, si capisce come l'Italia sia perennemente la terra del Gattopardo, e probabilmente non solo: sconsolatamente -anche dal punto di vista registico- quando il capo del Narcotic Bureau parafrasa al suo sottoposto, l'agente Siragusa, la famosa massima del "che tutto cambi affinché nulla cambi". Ma è la reazione sarcastica della sala a fare più male, quando Rod Steiger -un picciotto italoamericano doppiogiochista-, in visita a Napoli a Charlie "Lucky" Luciano, sbotta infastidito sui rifiuti a ogni angolo della strada. Questa è la folgorazione, per ogni italiano presente, sul vizio italico, quel vizio che tentiamo di scordare solo cercando di scappare dalla nostra terra. Sentimento amaro proprio perché cosciente.
La forza del film sta nel suo taglio quasi giornalistico, tagliente quanto crudo nel delineare i rapporti tra gli individui nella maglia del potere. Nell'evidenziare come, quando si parla di mafia, non si può separare il buono dal cattivo, perché il potere è necessariamente un compromesso. Lo stile è ben lontano da Coppola -il grande affresco- o Scorsese -il frammento nichilistico-, ma ci riporta giù, alla bassa materia non romanzata, fatta di nude ovvietà che il fumo degli ideali distrae il semplice individuo.
Alla fine Luciano diventa grande di fronte al piccolo procuratore, che lo vuole inchiodare per obbligare il boss a favorirlo nella carriera: dalla sua bocca non esce che sprezzo verso quella politica -tutta la politica- che alla fine ha sempre bisogno dei delinquenti per conservare quel potere che a parole è stato conferito dai cittadini. Chissà perché, la statura morale del capo mafia è sempre più forte di qualsiasi idea di Legge nella cinematografia al riguardo. Fascino del regista o degli sceneggiatori? Assolutamente. Solo la fottuta coscienza che certi rapporti di forza sono più limpidi e meno ipocriti rispetto ai tanti politici che chiedono il nostro voto.
Un magistrale esempio di arte che è scacco della morale. Purtroppo abbiamo davanti agli occhi le nebbie del moralismo.
12/02/08
58. Internationale Filmfestspiele Berlin [Track 01]
Grande euforia e grande packaging per la 58. Internationale Filmfestspiele Berlin. Impossibile non andarci, difficile invece è spulciare il programma per cogliere cosa vale la pena visionare per non addormentarsi.With Gilbert and George è il documentario che Julian Cole ha realizzato utilizzando riprese di repertorio e inedite sul celebrato duo britannico (da ultima la retrospettiva a Rivoli). Certo, tutti gli art addicted sanno che Gilbert è italiano, ma si può considerare british a tutti gli effetti, considerando la sua formazione londinese. I due si conoscono alla S. Martin’s School negli anni ‘60, in una Londra a ritmo di pop e rock ‘n’ roll, ma si distano ben presto da un ambiente studentesco dominato, a loro dire, più dall’ansia del successo che di effettivi tentativi di sperimentazione. Per giungere a una fusione alchemica di arte e vita: nascono così le living sculptures, l'assunzione dei loro corpi a statuto statuario, così sul palcoscenico dell'arte, così su quello della vita quotidiana. "Se tutto ciò che fa l'artista moderno è arte", loro stessi vogliono incarnare l'essenza dell'arte, facendo entrare la sfera dell'estetica su loro stessi. Senza però stravolgere il medium stesso: le loro performances, come Singing Sculpture, non vogliono rimettere in discussione un linguaggio, quanto persistere nella sperimentazione in una ricerca che sia condivisa e non strettamente appartenente alla cultura d'avanguardia occidentale (il Modernismo in parole povere). Il loro approccio può essere considerato "tradizionale" dagli esegeti dell'avanguardismo, ma questa è la loro forza: saper parlare al pubblico senza essere linguisticamente autoreferenziali. Parlare dei grandi temi esistenziali -vita, morte, religione, razzismo, natura e impurità- attraverso uno stile che chiamare pop non deve ricondurre alla generazione precedente degli americani, ma alla sua origine, tutta inglese, di popular. Un'arte che dunque parla alla gente senza sofismi e forzature, ma con un'ironia e semplicità tutta british.
Veniamo ora alla prima tranche dei corti presentati fuori e dentro concorso al festival. Harry Wootliff con il suo Trip, è il regista che al meglio interpreta lo strumento del corto, costruendo un frammento poetico e doloroso di una vicenda quotidiana, quale la crisi tra due genitori e il loro rapporto con i figli. Il pregio è di non cedere mai nella retorica, per focalizzare, attraverso un’adeguata ripresa a camera a mano, dei piccoli dettagli emotivi e psicologici dei protagonisti: un padre che nel mezzo della notte prende le due piccole figlie per andare “in vacanza” con un Westfalia. I piccoli gesti tradiscono però il suo senso di colpa latente, la certezza di un’azione destinata a breve vita. Un personaggio titano del quotidiano che vuole vivere l’illusione della speranza per un solo giorno, fingendo coscientemente di poter riassaporare quella vita, quegli affetti viscerali che forse non poteva vivere da tempo. Un gesto disperato quanto tenero che invita lo spettatore a compatire, a vivere la sua stessa sofferenza. Perchè lo spettatore già è portato a subodorare il finale. Il risveglio si muove sul dualismo della dolcezza della carezza della figlia più grande al volto del padre ancora addormentato e il successivo arrivo della polizia e della madre, dell’arresto dell’uomo e del ritorno alla “normalità”. Una normalità che le bambine non hanno la coscienza di comprendere.
Tra tragedia e ironia, tutta dialetticamente impersonata dal suo soggetto, è Impermanent di Mario Rizzi, artista italiano globetrotter. Il tema è di stretta attualità, risultando dunque un po’ noioso, del rapporto Palestina e Israele. Se l’importanza della testimonianza di Ali, 96enne medico che racconta con uno stile appassionato quanto distaccato (!) aneddotti salienti della sua vita, alla fine ci sfugge la sintesi di un lavoro di questa portata, se non un relativismo di qualità, ma flebile nel messaggio: ancora ci si chiede chi siano i veri cattivi in Medio Oriente. Per fortuna Rizzi è comunque abile a mantenere il distacco e a lasciare il discorso nelle mani e nelle parole del suo testimone.
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