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20/02/08

58. Internationale Filmfestspiele Berlin [Track 03]


Incuriosito dal film (uno zombie-gay movie) e dal regista (Bruce LaBruce, scuderia Peres Projects), mi sono fatto l’ultima visione di questa Berlinale, Otto; or, Up With Dead People. A LaBruce piacciono sì gli eccessi, ma soprattutto giocare col cinema: forse qualcuno si ricorda l’opening alla galleria di Javier Peres qui a Berlino l’autunno scorso. Insieme a Terence Koh ha messo in scena il set del bar di Twin Peaks –opera “televisiva”, ma pionieristica di David Lynch-, con annessi bancone, cantante (in questo caso la drag-queen Vagina Davis) e un curioso soppalco al centro della stanza: un piano rialzato e forato in diversi punti. Nascosti alla vista all’inizio, per poi affacciarsi sfacciatamente dopo un paio di birre, alcuni attori porno infilano i loro peni in erezioni nei fori creando un inedito soffitto, “curiose” stalattiti a forma –e sostanza- di fallo. Per il divertimento stupito e forse imbarazzato degli spettatori, ma non certo di Vagina. Questa atmosfera di divertimento trasparente, pornografico, autoaffermativo tipica di certi ambienti omosessuali non emerge nella pellicola presentata in Berlinale. Certo, nel film sono tutti gay, zombie, non-zombie e zombie per fiction, ma tutto viene rappresentato malinconicamente, lasciando intendere che il regista ci vuole raccontare qualcosa di ulteriore rispetto alla storia in sé. Otto è un giovane zombie nella Berlino contemporanea, non ricorda nulla della sua vita, se non qualche frammento. Nel suo peregrinare ciondolante entra in contatto con una regista dark, che lo prende come protagonista del suo film. LaBruce innesca, attraverso l’espediente del cinema nel cinema, una trasfigurazione della realtà, in cui è impossibile separare fiction e mondo reale. La finzione della realizzazione del film nel film si mescola alla percezione dell’esterno e dei frammenti di memoria di Otto, in un discontinuum temporale e spaziale. Un procedere però lento e snervante ed è questo il limite di gran parte delle sperimentazioni tra cinema e arte visiva: la perdita della tempistica serrata e significazionale del cinema (per esempio in Memento) in funzione di un discorso più essenziale. Ma in un periodo storico in cui queste due “categorie” spesso si confrontano, spostando limiti e confini –pensiamo ai progetti di Matthew Barney e Stan Douglas, ma anche a Werner Herzog e David Lynch, ai quali recentemente sono state dedicate mostre in sedi dedicate all’arte visiva- esempi come Otto contribuiscono ad approfondire una lettura interdisciplinare ancora in divenire.
Se lo zombie movie “classico” identifica metaforicamente i non-morti come la cattiva società conformista che tende ad aggredire l’individuo (significativo che il finale del film di Romero sia ambientato in uno shopping mall), Otto incarna (!) la condizione esistenziale di chi non si sente accettato dagli altri, di chi è pieno di illusioni evanescenti, alla costante ricerca di un’identità che non trova spazio neanche nella comunità dark fatta di clichè e di estetismo parodico. Tanto da suggerire che per Otto sia una scelta essere un non-morto in una società di vivi, come per il pirandelliano Moscarda essere pazzo in una società di savi. Il bisogno di trasgredire le regole non significa solo l’emergenza delle proprie azioni, ma soprattutto la ricerca di sé a prescindere, un cammino che noi tutti, come Otto, possiamo intraprendere solo in navigazione solitaria.