30/01/08

[pensare]

L’epoca moderna –dalla Rivoluzione Francese in poi- ci ha consegnato l’idea morale della politica e dell’opposizione politica come scontro tra il bene e il male. Ma la lotta tra il bene e il male è qualcosa che va oltre il semplice operare umano. La politica ha fatto abdicare l’etica per la morale e oggi che neppure la morale c’è più, esiste solo la politica della sopravvivenza. Di chi siede in alto ovviamente. Chiedere moralità in politica è un controsenso buono per riempirsi la bocca di parole sagge e per appellarsi a un concetto esterno a sé. Quando richiedere etica significherebbe troppo: guardare a se stessi, per esempio.

23/01/08

[pensare]

Quando si tenta un’analisi critica del percorso di un artista, credo che l’errore più grande, nonostante o grazie alla sua necessità, sia una considerazione di tipo storico. Se certo da una parte sia positivo e rivelatorio conoscere il susseguirsi cronologico dei processi e dei prodotti, affidarsi eccessivamente a una sequenza temporale rischia di ottenebrare i contenuti di verità all’interno delle singole opere, che sono poi ciò che ci rimangono. Perché se c’è un campo che si presta meno a questo approccio, se vogliamo dare giudizi di valore, è proprio quello artistico: nessun percorso quanto quello di un artista necessita la linfa vitale dello sbaglio e del dubbio. Altrimenti ci troveremmo davanti a un professionista e, nonostante gli entusiasti del libero scambio possano storcere il naso, per un artista il dubbio è infinitamente più salutare rispetto a qualsiasi altra categoria professionale. L’opera d’arte è un’epifania, è una rivelazione anche allo stesso che l’ha prodotta, perché raggiunge un’unitarietà di mezzi e contenuti più per un’alchimia che per un’operazione scientifica. In qualche modo è assemblabile alla filosofia, non secondo un rapporto di competizione o presunta superiorità dell’una o dell’altra, bensì come capacità di illuminazione: il genio non si manifesta tanto nell’uomo quanto nell’oggetto e non tutte le opere sono geniali, così come la successiva non sarà forzatamente migliore della prima.
D’altra parte è utile alla critica elaborare un percorso concettuale e individuare la matrice di un percorso: da quella sarà possibile giungere a un giudizio di valore particolare.

Quando si compie un atto creativo non basta farsi sostenere dalle intuizioni, ma occorre che esso abbia un senso effettivo di compiutezza. Perciò un artista è anche necessariamente un critico: non certo nel senso comune del termine di chi commenta e penetra l’opera attraverso la parola scritta, bensì nel senso di un’autoriflessione sul proprio prodotto attraverso la sua continua rilettura. Baudelaire scriveva che occorreva essere un grande critico per essere un grande poeta, perché ogni grande poeta era posseduto dallo spirito critico. Discorso circolare e convincente che sarà ripetuto in maniera concettualmente analoga da Wilde nel suo dialogo del Critico come artista. L’importante è scindere l’ambito della critica come operato letterario da quello della critica come facoltà dello spirito.

14/01/08

Emmanuel Lévinas


Riguardo a una questione sollevata da una persona a me cara.

La giustizia è sempre revisione della giustizia e attesa di una giustizia migliore. [1]

Ovviamente Lévinas parla per termini astratti, e questo si può applicare anche ai grandi termini astratti del nostro bistrattato umanesimo (Bene, Felicità, Verità, Giustizia). Sono termini che non sappiamo definire se non per antitesi al loro contrario. Un contrario (Male, Infelicità, Apparenza, Ingiustizia) che noi conosciamo bene perché lo viviamo ogni giorno. Il nostro spirito critico è quotidianamente solleticato da ciò che non va in funzione di qualcosa che invece andrebbe: è la nostra aspirazione di uomini più o meno liberi (infatti anche la nostra Libertà è in funzione di una nostra percezione di Schiavitù). Io in quanto uomo dunque so cosa sia il Tempo anche se non so spiegarlo [S. Agostino o S. Tommaso non ricordo]. E questo non è che lo stesso aforisma di Lévinas. Bene o Felicità non sono altro che definizioni per difetto di ciò che conosciamo bene e che sopportiamo. Mi riesce difficile pensare a questi termini e poi definirne l'opposto. Molto più semplice e dannatamente filosofico l'altro versante. Certo, a meno che non si abbia la fede, e allora quello è un campo dove ancora mi trovo straniero, umanamente straniero! D'altro canto il termine centrale ritengo essere invece Speranza, perché laddove decadesse, ogni nostra buona e forte determinazione andrebbe incontro a un destino amaro di oblìo e decadenza. Credo che la vita oscilli tra questi due archetipi -ying e yang-, Rassegnazione e Speranza; e il delicato equilibrio tra le due determinano la nostra fragile esistenza. A questo punto sono d'accordo con Pascal, che diceva che tra credere o non credere fosse meglio il primo. Sperare è meglio che rassegnarsi. A meno di non godere di un lauto assegno mensile.

[1] E. Lévinas, L'io e la totalità, in Tra noi. Saggi sul pensare-all'altro, Jaca Book, Milano, 1998, p. 231

Ogni definizione è per assenza. Poichè non conosciamo che enti parziali -cioé del mondo- gli enti assoluti sono per noi inconoscibili se non definiti per ciò che non sono gli enti parziali. Per conoscere il Bene, occore partire dal Male e meglio ancora dal Male ospite nel nostro cuore.
Sembra un'operazione matematica, ma questo è il paradosso della filosofia. Spicciola.

09/01/08

L'Abisso

Ieri mi sono mosso di un passo, di lato. E mi sono leggermente sporto. Ho guardato nell'abisso e ho provato orrore. Allora ho fatto un passo indietro e mi sono accontentato della paura.

Ok. Siamo tutti d’accordo che l’uomo vive su una landa desolata. Ce l’hanno insegnato al liceo e forse, nonostante il secolo che passa dalla materia al professore, non è così fuori luogo. Che la contemporaneità vada a farsi fottere. Ma la landa desolata è innanzitutto un luogo interiore, una dimensione altra che dia soddisfazioni se ben addestrata. La maggior parte dei luoghi interiori in realtà è già ben addestrata grazie ai consigli che vengono dalla TV: e non dalle pubblicità che anche un bambino cerebroleso potrebbe decifrare senza leggere l’introduzione a un banale manuale di tecnica di comunicazione di massa, ma dai quei programmi che, infarciti di problemi esistenziali fondamentali come la dieta di Carla Bruni (grazie al pluralismo del giornalismo italiano sappiamo quante volte ella ha cagato nel suo viaggio presidenziale egiziano) riempiono i pomeriggi delle reti TuttoSet o TuttoSat –quando scopri che il satellite non ti dà le tette arabe vuol dire che proprio tutto è un magna magna.
La landa desolata, come insegna uno dei maestri, anche se non lo voleva essere, della modernità –Thomas S. Eliot- alberga in ognuno di noi. E allora, quatti quatti, viaggiamo con la nostra psiche su giù, a destra e in largo, per questa landa desolata che non è altro che la trasposizione del mondo su di noi, come per un filtro d'aspirapolvere.
A un certo punto, però, viene il problema dell’anima, un problema che io credo debba essere quello di ogni uomo su questa terra e non solo, e il suo mistero. La cosa splendida e buffa allo stesso tempo è che questo mistero è mio e basta. Allora mi sono avvicinato a un burrone e mi sono sporto. E non ho visto il fondo: era buio, di un’oscurità che prosciuga il sudore e l’intenzione. Ho visto il mio orrore. Mio, personale, agghiacciante per me perché esso è rivelatore. Un orrore troppo personale o noioso da raccontare, ma non importa che il simbolo. Ho visto il mio orrore. Orrore non significa vedere corpi nudi sventrati o armate di ragni giganti. Orrore significa confrontarsi con chi siamo e con chi le convenzioni non vogliono che siamo. È il solito tema di Narciso de-pop-izzato. La cultura pop ha normalizzato tutto: perfino il cappello di Indiana Jones.
Noi siamo un buio. Un buio denso e carico di significati comprensibili solo a noi in due modi: o dallo strizza cervelli –soldi spesi bene- o da noi stessi, con l’autoanalisi –tempo speso bene-. Dipende quanto vogliamo essere efficienti: in tempo o denaro. Io preferisco usare il mio tempo, perché il tempo è inalienabile e prezioso e non voglio pagare nessuno per usare il mio tempo.
Dunque io guardo da solo oltre il bordo del mio burrone, del mio abisso: e vedo me stesso nella nudità spaventosa e terribile della verità. Allora faccio un passo indietro, e mi accontento della paura.